“Giustizia e obiettivi per il Terzo Millennio”

Per lungo tempo il concetto di equità è stato tenuto lontano dall’economia. Che era vista piuttosto come un problema di efficienza, un fatto di razionalità. La giustizia non entrava a far parte della scienza economica. Anzi, i termini equità e sviluppo sembravano confliggere. Ma qualcosa sta cambiando. Soprattutto tra i maggiori organismi internazionali.

Per spiegare il motivo del mutamento, e le conseguenze di una maggiore sensibilità verso i temi della giustizia, Antonino Gatto – docente di economia presso l’Università di Messina – ha svolto una lezione all’istituto di formazione politico – sociale “Mons. Lanza”. “Giustizia e obiettivi per il terzo millennio” il titolo del tema trattato, che ha seguito due direttrici. La prima, ha illustrato lo sviluppo delle tesi liberiste, con i loro concetti di efficienza, di autoregolazione del mercato. La seconda ha tracciato i contorni delle teorie che si pongono il problema della giustizia nei rapporti economici.

Principio accolto dagli organismi internazionali, nel momento in cui hanno tracciato gli obiettivi per questo millennio. «Secondo la teoria marginalista – ha spiegato il professore Gatto – la scienza economica studia come raggiungere certi obiettivi utilizzando al meglio delle risorse date. Così, si sceglie la soluzione migliore e la più efficiente, quella per cui non ci sono utilizzi inutili delle risorse. Questo tipo di economia non si pone il problema della giustizia, perché le questioni che considera sono di natura tecnica. L’economia diventa una faccenda di interesse, un fatto di razionalità, in cui ciascuno cerca di massimizzare la propria utilità.

Secondo Smith, fondatore dell’analisi economica, le disuguaglianze che si creavano non erano ingiuste, perchè permettevano ai ricchi di produrre di più, e di questa crescita potevano beneficiarne anche i poveri. Von Hayek disse più tardi che nello scambio economico, non c’è chi vince e chi perde, ma tutti ci guadagnano. Nonostante una dotazione ingiusta di risorse, il meccanismo dello scambio può portare a un beneficio anche per il povero. Il suo concetto di giustizia, coincideva con l’efficienza del mercato.  Come si può capire, le tesi dei neoclassici pongono troppa enfasi sui problemi dell’economia, che a lungo andare è diventata devastante rispetto agli aspetti sociali e politici. Inoltre,  queste teorie pongono dei quesiti importanti: fino a che punto, cioè, le ingiustizie e le disuguaglianze sono sopportabili e accettabili?

Il filosofo americano Rawles – ha proseguito il docente – si è posto il problema della giustizia nella società, e ha affermato che l’ingiustizia può essere sopportabile solo se, nel lungo periodo, consente anche ai più svantaggiati di migliorare la loro posizione. E’ una teoria esigente, nel senso che esige che una situazione di temporanea ingiustizia vada convertita,  ma rischia di ridursi a una pura dichiarazione di intenti, se non c’è la volontà organizzativa di attuare certi obiettivi.

Questo criterio di giustizia, dunque, richiede un’altra condizione, cioè un migliore funzionamento della società e delle istituzioni. Se i rapporti economici non si considerano solo come rapporti di scambio di beni e servizi, ma vediamo dietro di essi le relazioni sociali e umane, allora il migliore funzionamento della società appare indispensabile. I processi di sviluppo e di scambio sono facilitati, ad esempio, dalla diffusione della fiducia, senza cui tutto sarebbe meno fluido e più costoso. Altrettanto importanti sono le convenzioni che regolano le relazioni sociali, che permettono una certa stabilità e prevedibilità, mancando le quali, il mondo sarebbe una giungla. Coloro che credono che “la mano invisibile” è sufficiente a regolare tutto, credono in un capitalismo utopico. Le evidenze, invece, mostrano povertà, malattie, un ambiente ferito, analfabetismo, e richiedono la necessità di una regolazione etica, politica e sociale delle relazioni economiche, sia a livello nazionale che internazionale. La giustizia, perciò, anche se non sempre riesce a incarnarsi nei processi, esercita una tensione dinamica sul funzionamento della società».

La stessa riflessione sul tema dell’equità, ha aperto una breccia nei santuari dei poteri che applicavano soluzioni liberiste. Come ha chiarito il professore, «il rapporto sulla condizione dello sviluppo nel mondo, stilato dalla Banca Mondiale per il 2006, ha segnato un cambio di rotta rispetto alle tradizionali analisi che facevano questi enti negli anni precedenti. In sostanza, è mutata la filosofia che ispirava le politiche di intervento – piuttosto restrittive – a favore dei Paesi poveri.

Ora la tesi di Rawles, e il suo criterio di giustizia, sembra essere accolta favorevolmente. Giustizia e sviluppo – in questo rapporto – non sono termini contrapposti, e il dilemma tra equità ed efficienza non è altro che un falso problema, perché l’una rafforza l’altra. Anzi, l’equità è una condizione dello sviluppo. Siamo di fronte a un vero ribaltamento, a un salto di qualità.

Ma in che cosa si concretizza il criterio di giustizia di Rawles? Come si migliorano le condizioni dei più poveri? Attuando politiche che aiutino tutti ad avere chances uguali, o parità di entrata. E questo significa garantire migliori condizioni minime di vita, combattere la fame, l’analfabetismo,  le malattie. Per usare un’immagine comune, la torta, per crescere, ha bisogno del contributo non solo dei ricchi ma di chi ha le capacità. L’importante è che queste idee di equità e giustizia comincino a permeare tutti gli ambienti».

 

Vittoria Modafferi

 

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