L’esperienza d’incontro con l’altro attraverso Don Pino Puglisi

Il 14 gennaio 2019, il secondo incontro annuale della Cattedra del Dialogo – iniziativa sul tema dell’“incontro con l’altro” promossa dalla Pastorale Universitaria, dal Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e dall’Istituto di Formazione Politico-Sociale diocesano Mons. Lanza – ha ospitato Suor Carolina Iavazzo, della Fraternità del Buon Samaritano.

La stessa, ora a Bovalino, in passato è stata collaboratrice di Don Pino Puglisi nel quartiere Brancaccio di Palermo, dove il beato è stato ucciso dalla mafia nel 1993.

Dopo l’introduzione di Padre Vincenzo Toscano – che ha ricordato la gratuita e coraggiosa opera di evangelizzazione di Don Pino in un’area periferica di Palermo in mano alla mafia – Suor Carolina ha subito precisato che Padre Puglisi in realtà non pensava di essere un prete antimafia né tantomeno un eroe, essendo piuttosto un autentico sacerdote, per vocazione, pronto a spendere la propria vita per gli altri.

Per la suora, è il Vangelo stesso ad essere “antimafia”, perché invita all’amore per il prossimo e vieta di uccidere, mentre spesso siamo noi a creare gli eroi, per prendere le distanze da una persona che riteniamo straordinaria, quasi a giustificazione del nostro disimpegno.

Per Padre Puglisi l’altare non era un rifugio, ma un’opportunità per capire i bisogni del quartiere in cui operava, in cui – a causa della presenza mafiosa – prevaleva un degrado generalizzato sia ambientale che morale e spirituale, il traffico di droga e armi, varie forme di violenza, in assenza di spazi verdi e persino di una scuola media, tanto che molti giovani non riuscivano a concludere i corsi di studio obbligatori.

Ed è proprio dai giovani che Padre Puglisi scelse di iniziare, avvicinandoli alla cultura, offrendo loro spazi d’incontro e di sane relazioni, per evitare che continuassero ad essere usati come manovalanza criminale.

Per suo impulso nacquero corsi di alfabetizzazione per adolescenti, scuole serali, il centro di accoglienza “Padre Nostro”. La scuola media che adesso porta il suo nome è stata completata dopo la sua morte.

Don Pino voleva vivere fino in fondo la parola del Signore, operando concretamente e con forte senso di responsabilità verso gli altri, tanto che molte famiglie e i giovani cominciarono ad affidarsi a lui. E questo infastidiva i boss mafiosi che non temono tanto le manifestazioni di piazza, quanto chi – col proprio impegno quotidiano – propone un’alternativa reale al degrado e alla violenza.

Nonostante i primi attentati incendiari, le minacce e le percosse che subiva, Don Pino non si fece intimidire e proseguì con il suo lavoro, poiché la voglia di giustizia era più forte della paura: “più che uccidermi non posso farmi altro”, diceva a Suor Carolina, così come Gesù diceva “non possono uccidere l’anima”.

  Attraverso il racconto dell’esperienza d’incontro con l’altro di Padre Puglisi, Suor Carolina ha voluto richiamare la responsabilità di ciascuno di noi verso il prossimo: ci salviamo solo “assieme” perché siamo Chiesa, siamo Umanità, e l’altro non è qualcosa di diverso da noi o qualcuno da evitare.

Ha inoltre esortato a scuoterci dalle finte apparenze e dal perbenismo, e ad uscire dall’area grigia in cui si celano spesso le persone che non si impegnano, non scelgono né il bene né il male, perché non hanno chiaro l’obiettivo della loro vita.

L’esempio cristiano di Don Pino Puglisi, che ha agito in maniera onesta e libera fino alla fine e a cui la suora ha espresso gratitudine profonda per il suo dono, invita ciascuno di noi a schierarci e a dare uno scopo alla nostra vita.

 

Stefania Giordano

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