Complessità e estremismo. La rivoluzione rovesciata che non cambiò Reggio e la Calabria. Una riflessione di Enzo Musolino

Cinquanta anni fa, il 14 luglio del 1970, scoppiava la Rivolta a Reggio Calabria.

Una lunga sommossa popolare (il 23 febbraio 1971 i mezzi corazzati dell’esercito espugneranno le ultime resistenze a Sbarre) che avrebbe tenuto con il fiato sospeso il Potere istituzionale e messo in crisi lo Stato, delegittimato il ruolo dei Partiti, prodotto morte (tra diretti e “riflessi”, undici) e devastazione.

Di certo, non fu soltanto la ribellione per la mancata indicazione in grassetto di un puntino sulla cartina geografica, non fu solo, quindi, la battaglia per il Capoluogo di Regione, non solo il sentimento ferito della più grande ed importante città della Calabria, tradita dai propri politici proprio all’alba della stagione nuova del regionalismo.

Senz’altro fu anche questo, fu rivolta popolare esasperata da un risentimento fuori dal tempo, originario, visceralmente avviluppato ad un territorio abbandonato anche dallo Stato Repubblicano, terra libera per le scorribande di chicchessia – mafia e non solo mafia – mai davvero sede riconosciuta di una pianificazione di sviluppo degno di questo nome.

Certo, la cosa strana fu il tema “ufficiale” della Rivolta: la questione del Capoluogo, espressione inconsapevole del disagio reale, dialettica socialmente immatura, probabilmente sterile, che lasciava sul campo i temi irrisolti del sottosviluppo e dell’assistenzialismo.

Fu questa, a lungo, la lettura di quei fatti a Sinistra, non cogliendo del tutto, però, la profonda complessità di un fenomeno che non poteva facilmente essere ricondotto solo a dinamiche di immaturità di classe.

I reggini, infatti, tra le mille devastazioni, non si diedero mai al saccheggio e commercianti e artigiani condivisero le ragioni dei dimostranti, fornendo spesso aiuto e strumenti di lotta.

Più attentamente, infatti, quei moti vanno inseriti in un contesto di debolezza istituzionale, di uno Stato democratico che, in quegli anni difficili, veniva già rappresentato al tramonto, vittima di tanti mali endemici, partitocrazia e corruzione per cominciare, e oggetto dello schema di attacco di quegli opposti estremismi che alla democrazia interpretata come “male” avrebbero sostituito il “peggio” della dittatura.

E proprio cogliendo questa complessità si comprende il paradosso della presenza a Reggio, sulle barricate, non solo degli acclarati e famosi dimostranti neo fascisti “Boia chi molla” ma anche di ferrovieri, sindacalisti, operai, “compagni” delusi dall’analisi marxista dei moti fornita dai partiti tradizionali della Sinistra social-comunista.

L’estrema sinistra extra parlamentare, invece, penso ad Adriano Sofri di Lotta Continua, fu, al contrario, molto attivo a Reggio per cogliere i frutti “rivoluzionari” dell’insurrezione, appoggiando lo scontro di piazza contro celerini e carabinieri, rispondendo all’esigenza “storica” di imbrigliare una tigre immatura ma “necessaria” al contesto internazionale della rivoluzione proletaria ormai inevitabile, cercando di trasformare  Reggio nell’avanguardia della sollevazione degli esclusi, degli “ultimi” estromessi dal sistema capitalistico.

Anche questa interpretazione di favore, però, fu troppo dicotomica e fallì negli esiti, non venne compresa dal popolo perché non comprese le profonde motivazioni sovrastrutturali, teologico-politiche oserei dire, di un Movimento anti istituzionale agitato, paradossalmente, da pulsioni “istituzionali” e di ordine, di affermazione sull’esistente e non di rinascita palingenetica.

Non si voleva, insomma, innalzare Spartaco ma strutturare una supremazia originaria, interpretata come naturale in Calabria.

Tante forze in gioco, dunque, tanti interessi, molte pretese, plurime condanne e troppi tentativi di appropriazione.

A Destra, ad esempio, la Rivolta fu occasione di visibilità senza precedenti.

Cinque settimane prima dei Fatti del 14 luglio 1970quando, apparentemente senza senso, le forze dell’ordine pubblico caricarono una riunione di cittadini sotto le finestre del Comune di Reggio guidato da Piero Battaglia, il sindaco democristiano che per primo, con il suo “rapporto alla Città”, rese edotta la popolazione delle trame per attribuire il Capoluogo a Catanzaro – nelle votazioni per il primo Consiglio Regionale della Calabria, quando già era nell’aria il rischio della sottrazione del “pennacchio”, il MSI ottenne in Città ben pochi consensi, circa l’8%, ben al di sotto non solo dei partiti di Centro-Sinistra e del PCI ma anche tallonato nei favori popolari dal piccolo PSIUP.

La Rivolta, invece, cambiò le carte in tavola; l’estrema Destra vide nell’agitazione spontanea – ancora da armare – contro il Sistema (senza più specifiche qualificazioni di classe) la realizzazione anche di quanto teorizzato da Franco Freda con il suo saggio “La disintegrazione del sistema”, anno 1969, nel quale il “nazi-maoista” teorizzava un’azione sovversiva rosso-nera in funzione anti borghese e anti democratica.

Si colse bene, dunque, l’opportunità di congiungere l’informe ribellione popolare sotto un cappello ideologico fluido, ricco più di miti che di idee, buono per legare la lotta ad una strategia più ampia, di matrice autoritaria, che strizzava l’occhio alla dittatura dei colonnelli greci (al potere dal 1967), alla autocrazia di Franco, nel contesto di un’Area Mediterranea individuata come locus spirituale e primitivo di una differenza che non poteva che giungere, per Tradizione, all’azione violenta contro gli assetti della democrazia liberale, rappresentata come troppo “debole” per resistere alle mire espansionistiche del blocco sovietico.

Ed ecco perché la Rivolta, quindi, ha le sue matrici anche negli eventi degli ultimi   anni ’60: con il Principe nero Junio Valerio Borghese presente a Reggio con tentativi di comizi estremistici (25 ottobre 1969), con l’organizzazione anche sullo Stretto, quindi, del tentato Golpe che fallirà nel dicembre 1970, con la presenza organizzata a Reggio di tutte le sigle dell’eversione nera, da Ordine Nuovo a Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie,  con la contestazione alla gestione “democratica” della Fiamma del segretario Giorgio Almirante, accolto nel novembre 1969 in un comizio a Reggio con tre bombe fatte esplodere dagli ordinovisti, stanchi dell’imborghesimento rappresentato dai vertici missini.

La situazione politica complessa di quegli eventi politici a Reggio si intrica ulteriormente – e porta a intuire, però, l’humus di un conflitto così aspro e l’esplosione di una violenza estrema per le vie della Città, paragonabile ad una guerra civile – se si considera anche la posizione dei partiti garanti del sistema democratico: la DC fu dilaniata al suo interno con gli esponenti reggini, ricordavamo prima il sindaco Piero Battaglia, schierati con la popolazione, pronti a boicottare le sedute del primo Consiglio Regionale, in opposizione alla reazione armata del Governo nazionale che finì con mandare migliaia di uomini e mezzi corazzati dell’esercito per soffocare definitivamente la sommossa e ripulire la Città.

Anche la Sinistra storica fu divisa ed espresse, quindi, un’articolazione plurale di azioni e di reazioni: esponenti della CGIL e del Partito comunista reggino scesero in piazza stracciando le tessere in risposta alle proprie organizzazioni nazionali che, sbrigativamente, condannavano la Rivolta come fascista, e proprio il PCI non volle, come invece tentarono gli extra parlamentari, cavalcare ideologicamente la rivolta in chiave rivoluzionaria e grazie alla guida di Alfredo Reichlin, mandato da Botteghe Oscure a Reggio per organizzare la resistenza contro gli attacchi eversivi alle sedi della Federazione, strutturò proprio nella Città di Aschenez, per la prima volta, quella posizione intransigente di forza garante del sistema repubblicano che funzionò, senza cedimenti né trattative (nel bene e nel male, se si pensa al caso Moro), come argine democratico contro la virulenza terroristica brigatista nella seconda parte degli anni ‘70.

Terrorismo dicevamo, perché a Reggio, nel corso della Rivolta, si realizzarono propriamente azioni terroristiche frammiste all’originario spontaneismo popolare.

Le bombe ai comizi senz’altro, ma anche le bombe sui binari dei treni: otto giorni dopo l’inizio dei Moti, il treno Palermo-Torino deraglia nella stazione di Gioia Tauro e moriranno sei persone, tra le quali 5 pellegrini diretti a Lourdes. Ed anche la morte “correlata” – due mesi dopo – di cinque anarchici reggini partiti in macchina per consegnare agli avvocati di Soccorso Rosso un dossier con le prove che a Gioia Tauro era stata programmata una strage come a Piazza Fontana, e mai arrivati a destinazione, vittime di uno strano incidente d’auto, senza che le carte fossero mai recuperate.

Un terrorismo feroce, dunque, con una forza ed obiettivi trascendenti Reggio e il risentimento popolare genuino per il tradimento patito, un’organizzazione stragista che contribuì a valicare definitivamente lo spontaneismo dei primi giorni, che aiutò a superare le difficoltà generate dalla reazione dello Stato e delle cariche dei tanti celerini mandati dal Nord, e che indirizzò occultamente la rivolta lungo precisi binari di senso: il superamento a Destra della democrazia parlamentare, la nascita di uno Stato autoritario in chiave antisovietica.

E quali “altre” forze agevolarono a Reggio questo progetto? Chi poteva in riva allo Stretto cedere, ad esempio, alla lusinghe di Borghese per acquisire, nel nuovo assetto autoritario, nuovo e più forte potere di controllo sul territorio?

Di certo la Ndrangheta, della quale, in quegli anni, l’opinione pubblica non conosceva neppure il nome.

Nuova Società si chiamava anche tra i sodali e, pure, la Santa che, superata la resistenza dei vecchi capi, refrattari al legame strutturato con gli apparati di Stato, coi colletti bianchi e coi grembiulini massonici, avrebbe in vero progressivamente stretto forti legami tanto con i Servizi deviati, che con la massoneria eversiva e con le forze neo fasciste tanto presenti in Città, in vista di una riorganizzazione anti democratica delle istituzioni, dietro la garanzia di mano libera nei traffici criminali, ormai non solo più di sigarette di contrabbando.

Ed ecco perché, quindi, la Rivolta di Reggio ebbe, tra l’altro, un ruolo fondamentale per l’organizzazione della Ndrangheta così come oggi noi la conosciamo: una delle più potenti organizzazioni criminali mondiali che a Reggio ha la sua testa e che gestisce i suoi traffici con la ferocia senza scrupoli e con gli inestinguibili vincoli di sangue che derivano proprio dall’appartenenza ctonia ad una terra esperita come fonte originaria di potere, nel contesto di famiglie vissute come collante generazionale di una continuità sovra storica, mitologica.

Per questo i più illusi e “romantici” sono proprio i sinceri neo fascisti che, allora come ora, credettero e credono (perché i neo fascisti sono ancora operativi a Reggio) allo spontaneismo politico di quella ribellione, alla genuinità di una sollevazione popolare scevra da innesti e spinte eterogenee e eterodosse.

Coloro che allora furono, tra l’altro, strumenti armati  di una strategia compromessa con il Crimine (il 26 ottobre 1969 con la riunione di Montalto, l’unità dei capibastone proietta la Ndrangheta nel “futuro” dei nuovi traffici e del legame con gli apparati “disponibili” di Stato e para Stato) oggi, nel 2020, contestano le riflessioni complesse e documentate di Gianfrancesco Turano – lo scrittore e il giornalista dell’Espresso i cui contributi di conoscenza hanno fondato e stimolato la redazione del presente articolo – il quale ha da pochi giorni presentato a Reggio il suo Romanzo sull’estate dei Boiachimolla – “Salutiamo, amico”, Giunti edizioni    (https://www.giunti.it/catalogo/salutiamo-amico-9788809894181) –  subendo la contestazione organizzata delle associazioni dei reduci della Rivolta che continuano ad accusare di  revisionismo – in questo accompagnati e sollecitati da intellettuali di Destra e tradizionalisti come Marcello Veneziani (http://www.marcelloveneziani.com/articoli/lestate-della-rivolta/)   – tutti coloro che tentano di portare alla luce la pluralità morbosa e confusa di una Rivolta, ancora da sviscerare nelle sue implicazioni definitive, che non può davvero essere incanalata nella semplificazione binaria che vorrebbe rappresentare un conflitto limpido e mitico tra i “buoni” –  i rivoltosi oppressi di un Sud leso dal disonore del mancato Capoluogo –  e i “cattivi” per antonomasia: i politici “democratici” e il loro braccio armato poliziesco, pronto senza pietà a sacrificare ancora una volta le speranze di riscatto dei reggini.

La realtà, lo abbiamo detto –  e lo ha reso perfettamente Turano nel suo romanzo attraverso la documentazione di tanti processi giudiziari sulla questione –  è, invece, molto più complessa.

Perché sulle barricate innalzate dai rivoltosi per opporsi all’attacco dei celerini, perché nella massa che attaccò e devastò la Questura il 17 settembre 1970 dopo il secondo morto tra i dimostranti, dopo ore di scontri furiosi, non ci furono solo i figli del popolo, i ferrovieri e i pescatori di affollati rioni cittadini, pronti a difendere a tutti i costi la dignità della propria Città contro il potere costituito, ma c’era anche il potere costituito (e le sue deviazioni) su quelle barricate: c’erano gli agrari, i baroni latifondisti, le nuove leve della Ndrangheta assetate di potere e di controllo, gli industriali e i borghesi eversivi pronti a fomentare con i denari una rivolta che prometteva di essere proficua per i propri affari, per un nuovo Stato più ordinato, senza dialettiche sindacali, contrapposizioni di classe, conflitti sociali tra lavoratori e padroni.

Su quelle barricate, il quadro strutturale della arretratezza economico sociale del Sud, tutto di un botto, venne dimenticato per l’affermazione ideologica di una unità inesistente ma fomentata ad arte, lungo la retorica della contrapposizione tra un Popolo buono per natura e un’Autorità per natura corrotta.

Lo spirito e lo spettro “rivoluzionario” ebbero quest’indubbio effetto obnubilante: ricchi e poveri, servi e padroni, uniti in una battaglia che alla lunga, se fosse giunta alle estreme conseguenze, avrebbe portato bene solo alla stabilizzazione dispotica di un Sistema pronto a cedere alla scorciatoia anti democratica, altro che riscatto popolare!

Non per nulla i sindacati dei lavoratori agrari, le organizzazioni laburistiche, le forze democratiche erano viste – ben oltre il fantasma sovietico – come fumo negli occhi da quella aristocrazia terriera e da quella quella informe pseudo-borghesia di rendite ereditate, propria del Meridione d’allora e che si rese pronta, in quegli anni a Reggio, a cedere definitivamente alle lusinghe di controllo e di traffici della nuova criminalità organizzata, finalmente disposta a cedere agli istinti dell’abigeato per conquistare i salotti buoni cittadini, anche attraverso la costituzione di nuovi e più proficui legami di sangue, attraverso la genetica degli accoppiamenti e dei matrimoni di interesse, buoni per cementare legami indistruttibili.

E anche per questo il romanzo-verità di Gianfrancesco Turano è importante: perché con la storia di due tredicenni e delle loro famiglie invischiate nelle trame di un Potere che interpreta le nuove generazioni come prosecuzione “immobile” di un dominio arcaico, ci mostra le strategie genealogiche della Ndrangheta che anche grazie alla contaminazione, financo biologica, del ceto dominante cittadino ha potuto piegare – nel sangue – ogni resistenza e cementare – nell’affetto familiare – i propri disegni criminali.

Complessità su complessità, dunque, e dice bene Turano:

“ […] qui niente è bianco o nero. E nemmeno grigio. Qui c’è estremismo. E’ bianco e nero nello stesso momento. Le stesse persone sono l’opposizione e il governo di se stesse”.

E proprio per questi paradossi, quindi, nonostante siano stati tantissimi i libri scritti in questi anni sulla Rivolta, proprio lo stile e la cifra del romanzo – e del romanzo epistolare nel caso di “Salutiamo, amico” –  sembra essere davvero quello giusto: solo la letteratura, infatti, nel trascendimento verticale e nella rappresentazione carnale di esistenze originarie e emblematiche, può davvero cogliere l’autentico della Storia, il senso di un’epoca, le ragioni di un contesto, di una nascita e di un tramonto che non conosce davvero una possibile sintesi affermativa.

Non possono essere le semplificazioni giornalistiche, i bignami storici o le retoriche romantiche a chiarire ciò che non è ontologicamente chiaro.

E’ il negativo il vero motore della Storia, di questa Storia.

D’altra parte, la stessa fine della Rivolta imbroglia ancora di più ogni acquisizione fin qui tentata: la Nuova Ndrangheta non vinse la scommessa dell’alleanza con l’eversione nera.

La Criminalità seppe superare – nella contingenza – anche la fuga in avanti delle proprie avanguardie: il Golpe fallì, il Sistema resse e lo Stato – senza piegarsi formalmente e pubblicamente alle esigenze politiche dei dimostranti e dei facinorosi (il Capoluogo finì a Catanzaro) –  si piegò nelle segrete stanze agli interessi dei veri padroni del territorio.

Furono i soldi il modo giusto per superare la Rivolta.

Il “pacchetto Colombo”, la strategia governativa per chiudere le sommosse, oltre i cingolati dell’esercito per le vie cittadine, fu questo: la promessa di investimenti industriali!

Prima il 5° Centro Siderurgico nazionale (mai realizzato, cui seguì la compensazione del Porto transhipment di Gioia Tauro), poi la Liquichimica Biosintesi a Saline Ioniche (mai entrata davvero in funzione ma che produsse una Cassaintegrazione record per gli assunti, ventitre anni!). E per Reggio Città i soldi di diversi “interventi speciali”, un fiume di denaro – sulla carta per lo sviluppo – che portò, progressivamente, la modernità in riva dello Stretto a forza di speculazione edilizia, cemento, falsa industrializzazione, prebende di Stato buone per arricchire non solo i mafiosi locali ma anche le tante imprese scese dal Nord, golose di contributi a pioggia erogati per erigere cattedrali nel deserto, senza concreti sbocchi lavorativi, presto abbandonate dopo aver intascato i contributi pubblici previsti.

Questo fu a soffocare la Rivolta, questo soffocò anche gli animi popolari da sempre sul baratro della alternativa della fame: o l’emigrazione o il sì servile al potente di turno.

E il potente di turno si fece uno e trino: non solo più il barone delle campagne, ma anche la Nuova Ndrangheta cittadina buona a fare prestiti e a gestire il collocamento meglio degli uffici pubblici, ed anche una classe politico amministrativa spiritualmente neutra, nel senso deteriore del termine,  che seppe distruggere moralmente un popolo intero, svilendo il concetto del consenso politico libero e il valore del voto di opinione, umiliando famiglie intere al suffragio condizionato e “comprato” non solo in contanti ma anche con la sporta quotidiana della spesa.

E oggi?

A settembre a Reggio ci saranno elezioni comunali, i cittadini saranno chiamati a scegliere, la battaglia diventa ancora una vota epocale, la contrapposizione ancora una volta decisiva, da barricate spirituali!

Ciò che si muove a Destra e a Sinistra è ancora pienamente ancorato agli eventi dei Moti del 1970, è ancora aggrovigliato agli sviluppi del potere criminale cittadino, è ancora il potere sostanziale, oscuro, che è in gioco per rimettere le mani sulla Città.

La questione, in definitiva, non è mai stata davvero quella del “voto utile”.

La questione è quella, piuttosto, del VOTO RAGIONATO, di un consenso davvero “formato” sul pericolo che ci si apre davanti!

Perché, in ultimo, lo abbiamo detto, ci sarà da scegliere: o da una parte o dall’altra!

La stessa decisione che coinvolge Reggio da sempre … che ha coinvolto i reggini pure sulle barricate “complesse” e “affollate” dei Moti: o con la gente perbene e le battaglie per il Bene Comune o con gli arrivisti, i Masaniello camuffati, i principi “neri”, i grembiulini massonici, gli Ndranghetisti rampanti.

 

Enzo Musolino

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