Formazione Politica e Politica della disinformazione

Come appare la politica oggi? È questa la domanda che mi sono posta nel cominciare a scrivere questo mio piccolo intervento e se dovessi usare la parola più spesso sentita nella comunità, quella parola è RIPETITIVA. Cambiano i volti, cambiano i nomi dei partiti ma il risultato non cambia. Ne risulta una politica senza forma. Un contenitore privo di contenuto, un luogo di incontro che da luogo solo a scontri.

In linguaggio matematico potremmo dire che il suo valore non dipende dal rappresentante scelto: il singolo politico, come un invariante.

E se scegliere un rappresentante piuttosto che un altro non comporta un mutamento, allora la fonte del problema potrebbe rintracciarsi su come si diventa rappresentante politico.

Oggi domina la prassi per la quale l’apprendimento politico migliore sia quello esperienziale: ossia quello legato alla frequentazione dei luoghi politici dove i soggetti si impegnano abitualmente: assemblee, convegni, interviste e apparizioni televisive.

Ma davvero possiamo affidarci unicamente all’esperienza? Davvero il corpo elettorale sceglie di votare una persona unicamente perché il suo volto è apparso più volte (in locandine, talk show, tg) e quindi risulta più familiare? Ci accontentiamo davvero del fatto che nei salotti tv è un vero leader solo chi ha la voce più forte?

Se è davvero questa la realtà a cui siamo di fronte, allora è chiaro (per la generazione dei consensi) come il politico di turno non scelga di affrontare un percorso di formazione culturale personale ma di investire in marketing politico. Non si guarda al contenuto e non c’è bisogno di farlo: si pensa a come presentarlo.

Lo scopo ultimo è il potere, non un progetto.

Per averlo serve consenso elettorale, non comunione di intenti.

Ma un consenso inteso come assenso e non come coinvolgimento, per mezzo di una comunicazione politica che non è condivisione di informazione ma creazione di legittimità spicciola o addirittura propaganda.

Cosa studia dunque il politico, o chi per lui? Un percorso tale da indurre le persone a votare in un determinato modo e unicamente questo. Voglio il voto dei cristiani? Oriento i miei discorsi sul valore della famiglia. Voglio il voto degli imprenditori? Punto sui condoni.

E così via.

Sollecitazioni politiche e voto. Direttamente allo scopo ultimo. Semplice e immediato.

Si parla di target di riferimento.

Si parla di mercato elettorale.

Si parla di visibilità, e non di credibilità.

La comunicazione politica viene monetizzata, il che non può che indurre a una tendenza pericolosa all’interno del contesto democratico: inasprendo maggiormente il dibattito politico in quanto indotto a una esasperata spettacolarizzazione.

Una banale strumentalizzazione di interessi che cancella quello che era il fine ultimo di una politica di nobili intenti: l’armonizzazione e la mediazione di interessi diversificati. Una politica che divide e frammenta, non unisce. Ed ecco che il politico parlerà contro gli immigrati, piuttosto che contro gli operai, contro gli intellettuali, contro l’Europa.

Contro qualcuno o qualcosa, perché creare un nemico permette di concentrare frustrazioni e rabbie di una società alla quale non si è capaci di dare risposte efficaci. Le parole d’odio, ripetute nel tempo, danno assuefazione… ci si abitua e anzi, rendono banali e svuotano del loro potere buono concetti come rispetto, ascolto, apertura alla democrazia. Chi parla utilizzando questi concetti appare come falso o un buonista irreale.

E se il politico vuole parlare ai giovani elettori?

Le nuove generazioni certamente vedono più all’oggi che al domani, e anziché proporre/ispirare a un coinvolgimento produttivo di progettualità futura e stimolare un senso civico comune… si limita a utilizzare un linguaggio comune, scarno di contenuti… leggero.

Ed ecco che assistiamo a tweets provocatori, pubblicazione di foto al Papete, condivisione di chat di WhatsApp, piuttosto che video di danze della vittoria post elezioni, oppure un tentativo di coinvolgimento digitale con proposte di voto elettronico.

Un linguaggio comune che li fa sembrare più vicini a loro (a noi) e svuota la carica istituzionale della sua classica funzione di esempio e di guida per i giovani. Di educazione. Sceglie, infatti, di proiettarsi all’interno del loro mondo, ammantando la politica di quell’alone di superficialità e quasi divertimento. E ciò… in chi non ha innescato consenso, ha alimentato spinte qualunquiste o reazioni antipolitiche.

È certamente vero che l’era digitale pone ulteriori sfide in termini di fiducia e veridicità. Siamo di fronte a informazioni disordinate e contrastanti come non mai: informazioni false create con l’obiettivo di causare un danno di immagine che vengono rilanciate poi sui social (da molti inconsapevolmente), entrando in un circolo vizioso che si autoalimenta. Questa disinformazione dilagante sfocia in una volontaria spettacolarizzazione e personalizzazione.

La relazione con gli elettori non è più mediata, dunque, dalla società, ma è diretta verso (e consumata attraverso) i media per i quali occorrono volti facilmente etichettabili per garantirne riconoscibilità. Il partito, in fondo, può anche non esistere.

Ciò che serve è utilizzare i linguaggi dell’intrattenimento, dello spettacolo e della pubblicità, bucare lo schermo, diventare virali. La politica ha sempre posseduto una dimensione teatrale, ma oggi si punta al notiziabile. E la colpa non è dei mezzi, ma dell’uso che se ne fa. Ed è importante analizzarne l’uso in quanto i dibattiti non si volgono più nelle piazze, nelle arene… la democrazia è media-centrica.

Sono arrivata a pormi troppe domande, fino a giungere ad alcune del tipo: perché se un medico ha studiato molto è il più scelto e il più affidabile e se un politico si presenta come un tecnico ci spaventiamo?

La politica intesa come tecnica (e tecnica intesa come arte) sta forse vivendo uno scetticismo simile a quello rivolto alle scienze al loro esordio?

Cosa si nasconde dietro? Un egoismo naturale a pensare al sé come singolo? O l’incapacità di vedere e sentire la forma pubblica? Quanto si deve ancora conquistare in termini di coscienza prima nazionale e poi europea?

Il voto è certamente la modalità di partecipazione politica più diffusa, ma la formazione politica potrebbe aprire a più larghi orizzonti. Potremmo davvero assistere a un incremento infinito della capacità di realizzare scopi.

Perché non investire quindi sulla formazione di una classe dirigente di spessore?

La possibilità di frequentare una scuola politica fa paura:

-paura di indottrinamento e creazioni di dogmi;

-paura di un rafforzamento di ideologie settoriali;

-costruzione di valori chiusi e spigolosi;

-o paura di una formazione fin troppo intellettuale e perciò percepita come lontana dalle persone.

Per superare queste quattro paure, allo scopo di migliorare la vita democratica, servirebbe una formazione politica che non è solo teoria ma anche pratica, che non è solo pratica ma anche teoria.

Saperi complessi ed eterogenei che insegnino

a sapere di politica,

saper fare politica

e sapere essere un politico.

Per affrontare la carriera politica servono competenze culturali, il possesso di un sapere in continua evoluzione. Sono in pochi oggi a poter vantare una singola (per di più parziale) competenza in uno dei campi tradizionalmente vicini e complementari alla sfera politica. Serve di più. Serve ridefinire la politica come sapere pubblico e precisare il suo ruolo dentro il sistema culturale.

E lo si può fare con vivace spirito critico, confronto di opinioni e non appagamento delle contingenze immanenti.

Sapere di diritto, di consuetudini, di natura e comportamenti umani, finanza, scienze dell’amministrazione e così via. Senza perdere la sua natura relazionale: la sua dimensione aperta all’ascolto attivo e al discorso agente.

Ripensarla non troppo come scienza, né troppo come arte, ma delineando una strada efficace di formazione professionale delle classi dirigenti.

Solo questo può portare a un miglioramento della partecipazione e alla creazione di una nuova fiducia nella politica fin dalle sue fondamenta.

L’occasione è di farla sviluppare in ambito accademico, per acquisire fiducia nella professionalità. Da politici di occasione a politici per professione. Una professione ispirata a senso civico, buona progettualità, senso di responsabilità e lungimiranza. Che permetta di impegnarsi davvero nel favorire processi di coinvolgimento, informazione non distorta e creazione di fiducia. Realizzare nuovi fondamenti in assenza di fondamenti (o in luogo di alcuni fin troppo settoriali).

La politica dovrebbe tendere, così come al diritto – forse lo dico solo perché aspirante giurista- al bilanciamento di interessi particolari, radicati in quegli interessi comuni promossi e garantiti dalla Costituzione. Se facessimo cadere la figura di leader e ciò che comporta… allora forse sarebbe la democrazia a diventare, oltre ad indirizzo costituzionale, vera fondazione politica. Da ciò ne ricaveremmo, oltre che fiducia nella legittimazione dell’autorità politica, integrazione sociale.

Qual è il modo giusto per farlo io non lo so. E so bene che è difficile pensare alla risoluzione dei problemi sociali attraverso un vasto e generale consenso. In nessun tempo, nessuna società ha mai conosciuto una omogeneità tale da poter raggiungere spontaneamente obiettivi anche lontanamente simili.

Ma come dice Weber “SE NON SI TENTASSE SEMPRE DI NUOVO L’IMPOSSIBILE, NON SI CONSEGUIREBBE MAI IL POSSIBILE”.

 

Ilenia Bruna Marraffa

(Corsista Istituto)

 

 

 

 

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