Il dibattito tra liberali e socialisti alla luce di Wilhelm Röpke

Lo spunto è stato fornito dalla recente nuova pubblicazione – per Rubbettino – del celebre saggio di Wilhelm Röpke La crisi sociale del nostro tempo (1942).

La pubblicazione è stata curata dal prof. Flavio Felice, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università del Molise, ed è opportunamente arricchita da un suo saggio introduttivo.

Felice è studioso di Luigi Sturzo, e proprio l’assunto “Popolare”, la peculiare vicenda storica di questo “sinistro prete”, fondatore di leghe contadine, cultore della più ampia democratizzazione della base politica italiana, strenuo difensore del metodo liberale e dell’economia di mercato, mi sembra fondamentale – oggi – per intercettare e per indirizzare al meglio i molti travagli dei liberali italiani.

Il saggio di Röpke, proprio in tal senso, è stato oggetto di una riflessione del giurista Natalino Irti (https://www.ilsole24ore.com/art/la-terza-via-lezione-ancora-attuale-AD466yLB) che, analizzando anche l’opzione politica liberalsocialista, ha cercato di delineare un percorso “Terzo”, nel quale la tutela della proprietà privata, della libertà d’impresa, e del mercato di concorrenza, si trovano in equilibrio con giustizia sociale ed equità economica.

A questo intervento è seguita una “risposta” di Giuliano Ferrara (http://www.simofin.com/simofin/index.php/italia/21890-economia-iberisti-einaudiani-ferrara) che da par suo – sul Foglio – ha colto, per il futuro, il senso dell’alleanza strategica delle forze riformiste per un fronte comune arricchito, anche, delle migliori energie ambientaliste.

È davvero importante e fecondo, a mio parere, che il pensiero schiettamente liberale di Wilhelm Röpke, che la sua intuizione di “Terza Via” –intesa come opposizione ad ogni rigidità teoretica e come via d’uscita alla condanna delle polarità estreme antitetiche– possa ancora oggi stimolare il dibattito politico italiano, possa “ibridare” -in questo caso- il mondo socialista, spingendo decisamente verso il mutamento auspicato delle stantie e anchilosate dinamiche partitiche italiane.

E per questo è importante continuare sulla strada tracciata, fornire il proprio contributo, approfondire il dialogo attualissimo che coinvolge tutte le forze riformatrici.

Quale è però il rischio?

È un rischio, a me pare, che emerge già dall’analisi dello stesso pensatore svizzero/tedesco e che io interpreto in tal senso:

La Terza Via non è una terza posizione ideologica ipostatizzata. Non significa un “partito di mezzo”, tipo ago della bilancia o approdo dei responsabili.

Queste, infatti, sono declinazioni erronee e, purtroppo, sono molto presenti nel dibattito pubblico italiano.

L’idea della “posizione terza” come ago della bilancia è, ad esempio, quella agognata dal Renzi “neo centrista” che ha abiurato il suo passato di segretario Dem, cioè la posizione furba e tattica di chi è pronto a condizionare il quadro politico con il cerchiobottismo e il trasformismo.

L’idea dell’approdo dei “responsabili”, invece, è propria di chi puntella posizioni di potere e rendite, di chi esprime la propria politica solo all’interno del Palazzo, senza un sentiment autenticamente popolare e riformista.

E la Terza Via autentica? Io tento una declinazione:

È quella non ideologica che vivifica e feconda la contrapposizione epocale!

È l’impulso “ragionato” all’innesto dei valori e delle prassi liberali nei due fronti, è la battaglia per un bipolarismo maturo – Centrodestra e Centrosinistra – che marginalizzi le Estreme, che contraddica il tentativo dell’affermazione eversiva anti costituzionale delle forze anti sistema (illiberali e fautrici delle democrature orientali) e che, allo stesso tempo, escluda la tentazione della “Palude”, opponendosi al sorgere un “centro” arbitro dello scontro di potere e degli accordi di basso profilo che inquinano la dialettica italiana, ritardando, ancora una volta, la piena maturità liberal democratica.

È ovvio che questa prospettiva provoca le scelte dei Singoli, chiede anche ai liberali una scelta, una presa di posizione – non di diritto ma di fatto – che concretizzi il coraggio delle proprie Idee al servizio del bene del Paese, oltre la faziosità, oltre le rendite di posizione.

Nel Centrosinistra questo approccio si sta esprimendo in queste ore con i primi passi della Segreteria di Enrico Letta che, opportunamente, ha parlato, di progressismo nei valori, di riformismo nel metodo e di radicalità nei comportamenti.

Questa “intransigenza” d’approccio credo sia propria di tanti innovatori, di tutti coloro che credono nel sussulto etico proprio del liberalismo autentico, contro ogni sterile e vacuo utilitarismo, contro l’ideologismo utopistico insito in espressioni ottocentesche quali “mano invisibile” o “lasciar fare, lasciar passare”.

Il Novecento ci ha insegnato, ce lo hanno insegnato i grandi maestri liberali, radicali, riformisti, socialisti, popolari e democratici, che la formula del benessere e dello sviluppo delle Istituzioni libere è:

STATO FORTE NELL’ECONOMIA SANA.

È la formula dello Stato di Diritto contro l’arbitrio della Ragion di Stato, è anche la formula della Costituzione economica europea, di quel processo di aggregazione sull’obiettivo “mai più guerra, mai più fame” che ha unito il Continente grazie all’Economia sociale di mercato, contro lo sterile protezionismo, contro l’egoismo nazionale e il mito nefasto delle “piccole patrie”.

Su questo ci si si dovrebbe sempre più confrontare, su questo crinale siamo sempre più chiamati a prendere posizione.

La declinazione contemporanea della dialettica Destra/Sinistra è ormai evidentemente esprimibile come frattura che separa la distopica Società perfetta dalla sempre più augurabile Società aperta.

 

Enzo Musolino

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