La sentenza “Lautsi” sul Crocefisso: summum jus, summa iniuria?

La sentenza Lautsi – con il prevedibile bailamme di reazioni che ha suscitato, talora emotivamente sincere, talora politicamente ipocrite o interessate (come quando si è lamentata la mancata menzione delle radici cristiane nel trattato costituzionale europeo) – è la prova tangibile di contraddizioni in apparenza insanabili e paradossalmente accomunate, ci sembra, da un identico, patetico errore: la presunzione di possedere una “verità”, quale che sia, che può quindi essere imposta agli altri, a tutti gli altri.

È tale, infatti, sia l’atteggiamento di chi, in qualche caso persino in buona fede, vorrebbe imporre agli altri – a tutti gli altri: non cristiani o addirittura non credenti – il simbolo di una religione particolare in un contesto scolastico pubblico, non privato, sia l’atteggiamento (intrinsecamente, seppure forse inconsapevolmente, fazioso) di chi s’illude invece di essere neutrale e pretende di imporre agli altri, a tutti gli altri, la propria, presunta neutralità. Ne consegue un cocktail esplosivo che tende ad ubriacare un po’ tutti gli attori della vicenda, determinando, alla fine, una diabolica e drammatica incomunicabilità dei diversi contesti e mondi coinvolti.

 

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