Prime riflessioni sulle Radici della “Non Violenza”

  1. Che cos’è la “non violenza”? E la “violenza”?

Per tentare, pur brevemente, di delineare il concetto di non violenza, dobbiamo prima cercare di capire cos’è la violenza.

Potremmo dire che la violenza in generale è un’azione (di solito intensa), che ha come fine il recare danno (di solito grave) a se stessi, a una o più persone o comunque ad una creatura (per esempio animali) o ad organismi viventi (per esempio una pianta), compiuta da una persona (o da più individui che operano sinergicamente).

In realtà, approfondendo appena quanto detto, si scorge che è l’intenzione a determinare la natura violenta dell’atto: se lo scopo è quello di volere il bene dell’altro, anche quando apparentemente si fa male, non necessariamente si esercita una vera forma di violenza. Per esempio, un’operazione chirurgica – liberamente accettata/richiesta dal paziente – è solo una violenza apparente.

Tutto, dunque, dipende da cosa intendiamo per “danno” e  “bene”. Ne consegue che, a ben vedere, ogni definizione – da sola – è insufficiente, occorrendo indagare ulteriormente sui concetti in esame.

 

  1. Alcune provocazioni. Le idee di “legittima difesa” e “forza” (violenza legittima)

Alcune provocazioni, sotto forma di interrogativi, possono servire:

Per esempio: un soggetto incapace di intendere e di volere, o un bambino, che sta per mettere le mani sul fuoco e viene bruscamente allontanato dal tutore, o dal padre: subisce una violenza? O sarebbe violento il tutore, o il padre, se lasciasse sempre libero l’incapace o il figlio? Un forte strattone dato a un potenziale suicida, affinché rientri dal parapetto e non si getti dal balcone, è una forma di violenza? Si pensi a un malato terminale, in fin di vita, che viene lasciato morire naturalmente: è violenza (o pietà) non intubarlo e non imbottirlo di inutili farmaci? O sarebbe violenza torturarlo con inutili forme di accanimento terapeutico?

Addirittura, è lecito chiedersi: chi, difendendosi da un’aggressione ingiusta, arreca un danno grave all’aggressore (inimicus), è violento? Insomma, chi ferisce o uccide per “legittima difesa” è violento? Così pure, il poliziotto che spara durante una rapina e ferisce (o involontariamente uccide) il rapinatore è violento? Max Weber parla – in questi casi – di forza dello Stato, ossia di una violenza legittima dello Stato.

Gli interrogativi posti – che hanno potenziali risposte diversificate a seconda dei soggetti coinvolti e dei contesti in cui si verificano i fenomeni – lasciano ben intendere come il problema della “violenza”, e la soluzione della “non violenza”, siano questioni difficili e non affrontabili in modo semplicistico o tranchant… appunto violento.

 

  1. Le forme di violenza “apparente”

La verità è che il concetto di “non violenza”, se preso da solo, è poca cosa: per afferrarne la portata più ampia e il valore più profondo dobbiamo “riconoscere”, per esempio, che apparentemente anche Gesù dà vita a comportamenti che sembrerebbero violenti.

Per esempio, da un lato, ci dice: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore” […]“Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra”. In questo senso potrebbe dirsi che, anzi, è proprio l’esplicito “amore dei nemici” – dunque la forma più alta di non violenza – ciò rende diversa la religione cristiana dalle altre grandi religioni monoteiste[1].

Ma è sempre Gesù che, fra l’altro, pure dice: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera […] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità […] Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna? […] ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l’altare. In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione […] Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: ‘Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato!’ […]”.

E potremmo continuare.

In realtà, i comportamenti di Gesù – il quale è vita, verità, amore e misericordia infinita – non sono qualificabili, in modo semplicistico, come violenti. Potrebbe dirsi, semmai, che chi – scientemente e senza pentirsi – resta nello stato di buio/male, per ciò stesso “rifiuta” il dispiegarsi della luce/bene: questa traumatica situazione di fatto, che la parola del Nazareno si limita crudemente a mettere in evidenza, sembra violenta.

Emerge così che, più spesso di quanto forse non si pensi, quel che sembra una violenza subìta in realtà è una drammatica e involontaria forma di auto-violenza. Molto di frequente noi stessi ci facciamo, o facciamo, del male e non vogliamo vederlo/ammetterlo. Anzi, imputiamo ad altri – che semplicemente ci fanno notare il male fatto – la violenza della…verità sul nostro conto.

Per quanto possa apparire paradossale, Gesù è un non violento il cui semplice messaggio, e la cui sola esistenza, appaiono una forma di violenza per i violenti. La sola possibilità del Bene (non violenza), infatti, appare una intrinseca violenza per la drammatica realtà del male (violenza).

Il vero soggetto non violento, invece, è umile e si inchina sempre alla verità, anche quando essa fosse dolorosa per se stesso.

Anche dalle poche considerazioni svolte può arguirsi l’oggettiva “complessità” della problematica della non violenza.

 

  1. Necessità di non limitarsi al semplice concetto di “ non violenza”, per declinarlo insieme a quelli – intrinsecamente connessi – di coraggio, capacità di odio/amore, bene, libertà, perdono, povertà/sobrietà, giustizia, verità, amore

In ogni caso è chiaro che il semplice binomio “non violenza”, in sé, non appare sufficiente, se non viene declinato in tutti i suoi multiformi aspetti.

In breve, ciò significa che la “non violenza” ha molte facce. Più precisamente, che la “non violenza” è il rovescio stabile e fisso di una stessa medaglia l’altra faccia della quale è data ora dal coraggio, ora dalla capacità di odio/amore, ora dal bene, ora dalla libertà, ora dal  perdono, ora dalla povertà/sobrietà, ora dalla giustizia, ora dalla verità, ora infine e finalmente dall’amore. Pur cambiando aspetto, la medaglia è sempre la stessa (non violenza).

Proveremo ora ad esporre, sinteticamente e in modo progressivo, tutti questi multiformi aspetti.

  • Non violenza e coraggio.

Un vero non violento non è pavido (la paura lo domina), né temerario (non è in grado di percepire il pericolo, dunque non ha paura), ma è molto coraggioso (comprende il pericolo, ha paura, ma la vince senza esercitare violenza). Un vero non violento non è, quindi, un pauroso (che subisce), e nemmeno un frustrato, che subisce e sembra non reagire, ma in realtà psicologicamente reagisce in modo patologico (si pensi alle false vocazione al celibato, che possono poi generare violenza sessuale). Non violenza, insomma, non è narcotizzazione delle pulsioni, ma controllo delle pulsioni. Dunque, senza straordinario coraggio, non si può essere “non violenti”.

  • Non violenza e capacità di odio/amore.

Dal punto di vista non etico ma psicologico il non violento non è un atarassico, un uomo che non conosce (e non è capace di) “passioni”. È invece pieno di passione (ben indirizzata) e autentica compassione (verso l’altro). Il vero non violento non sa solo amare (non sarebbe un vero uomo), ma sa anche odiare (poiché l’odio costituisce, psicologicamente, l’altra faccia dell’amore). Infatti, è in grado di amare molto (il bene), solo chi odia molto (il male). Dunque: il non violento sa odiare, perché odia veramente solo il male (peccato), ma non chi lo compie (peccatore). È in questa libertà/capacità, insieme di pienezza psicologica (odio/amore) e di distinzione etica (peccato/peccatore), che si cela una delle radici della vera non violenza.

  • Non violenza e bene.

Come s’era detto, anche un comportamento che può sembrare violento o aggressivo non necessariamente costituisce una forma di violenza: se lo scopo è quello di volere il bene dell’altro, anche quando si fa male, in realtà non si esercita una vera forma di violenza. Per quanto possa sembrare strano, persino un ceffone dato al momento giusto può non essere violento, perché talvolta gli occhi bagnati di lacrime vedono meglio. Infatti, le vie del bene, anche se infinitamente più limpide di quelle del male, non sono facili: presuppongono capacità di sacrificio e accettazione di disciplina, di ordine, se occorre anche di sanzioni. La volontà di perseguire il bene può comportare la necessità di andare incontro a rinunce e sofferenze, che possono sembrare – a un’analisi superficiale – “violenze”. In realtà, ogni metodo autenticamente  “non violento” è inscindibile da un fine intrinsecamente “buono” e ogni fine intrinsecamente “buono” non può essere perseguito attraverso un metodo “violento”.

  • Non violenza e libertà.

In quest’esposizione per così dire gradualistica, per passaggi progressivi, quanto detto in precedenza va attentamente ponderato: in realtà il bene dell’altro, ammesso che si conosca davvero, non può mai essere “imposto” all’altro, salvo forse casi davvero estremi. Ma soprattutto, come si accennava: non dobbiamo sempre “presumere” di sapere cos’è il bene dell’altro. Infatti, la vera non violenza presuppone tolleranza, pazienza, accoglienza, accettazione della diversità, rispetto della libertà, rispetto – in breve – di ogni coscienza individuale. Le difficoltà, dunque, sono davvero grandi: da un lato abbiamo il dovere di impedire il male, dall’altro non dobbiamo imporre alcunché ad alcuno. Ed è nell’equilibrio, sempre diverso da situazione a situazione (perché diversi sono i contesti e le persone), che si scorge un autentico atteggiamento non violento.

  • Non violenza e perdono.

È violenza, invece, non solo tutto ciò che arreca danno all’altro, ma anche tutto ciò che non è capacità di  “assorbimento del male”, ossia che non è “rinuncia” a rispondere al male con il male. In breve: solo se ciascuno di noi riesce a divenire “trasparente” (lasciando filtrare la luce della infinita misericordia di Dio) e rinuncia ad essere “specchio” (che riflette automaticamente e stupidamente quel che riceve: bene col bene e male col male) può perdonare, ossia odiare il peccato e amare il peccatore. La testimonianza sublime di Gesù – che perdona di cuore i suoi persecutori (perché, pur facendo il male, non sanno veramente quel che fanno) – è emblematica di quali profonde virtù interiori deve essere dotato il vero non violento.

  • Non violenza e povertà/sobrietà.

Si accennava alla necessità di perdonare, ossia di essere vive trasparenze della misericordia di Dio e non gelidi specchi che riflettono il male con il male  ed il bene con il bene. Ma per essere “trasparenze” – se si preferisce, per permettere alla luce misericordiosa di Dio di filtrare attraverso la grevità/pesantezza (pesanteur la chiama lucidamente S. Weil) dei nostri corpi ed anime – dobbiamo imparare a dimagrire e… svuotare il nostro io, quindi ad essere leggeri, non grassi, non superbi, insomma non ricchi: “nihil habentes et omnia possidentes” (S. Paolo).

  • Non violenza e giustizia (più che l’astratto valore della pace).

La “povertà” prima ricordata (così importante sul piano individuale/spirituale) non significa però mancanza di “giustizia” (sociale). L’assenza di giustizia, infatti, produce sempre violenza e la violenza è l’opposto della pace. Non violenza e pace stanno, invece e ovviamente, sempre insieme. Ma la pace senza la giustizia è letteralmente impossibile: se a ciascuno non viene dato il suo (giustizia: unicuique suum) non v’è pace, ma una finta quiete sociale che nasconde uno scontento diffuso: in tale stato cova il rancore e si prepara la violenza, quindi la prossima assenza di pace. Il non violento, dunque, non è un pacifista (anima candida che ingenuamente guarda più alla pace-effetto che alla giustizia-causa), né un pacificatore (freddo realista pronto alle operazioni di c.d. “polizia internazionale”), ma un coraggioso costruttore di pace (combattente non violento per la giustizia).

  • Non violenza e verità.

Per capire veramente quanto spetta “a ciascuno” (giustizia) occorre la conoscenza profonda della realtà. Dunque occorre pazienza, studio e intelligenza o meglio sapienza (un’intelligenza illuminata dallo Spirito Santo). Altrimenti detto, occorre l’amore della verità, da cui traiamo la verità dell’amore: caritas veritatis et veritas caritatis. Chi non ama la verità non può essere non violento, perché la prima, forse più pericolosa, forma di violenza è proprio quella di chi non accetta, scientemente, la luce della verità, quale che sia. A ragione S. Tommaso ci ricorda che omne vero a quocumque dicatur a spiritu sanctu est. Solo se non abbiamo paura della verità, quale che sia e a da qualunque parte venga, siamo veri non violenti.

  • Non violenza e amore.

Infine, è vero che il termine “non violenza” è la traduzione letterale del termine sanscrito a-himsa, composto da a privativa e himsa: danno, violenza. La parola ahimsa implica una sfumatura intenzionale che si potrebbe rendere con “resistenza attiva” contro il male: Satyagraha o forza della verità (Satya:Verità; graha: forza). Si tratta della nonviolenza del forte: di chi può usare la violenza, ma preferisce ricorrere alla forza dell’amore. A questo punto, forse è preferibile un’altra a privativa, e quindi un un’altra parola sanscrita: amryto, la non morte, l’amore. Senza l’amore, che tutto ricomprende e spiega (S. Paolo, I Cor., 13), la non violenza non ha senso.

In conclusione di queste brevi ma dense riflessioni, può dirsi che per “capire” e “praticare” la non violenza, occorre intendere e vivere il concetto in modo sincronico insieme sotto forma di coraggio, capacità di odio/amore, bene, libertà, perdono, povertà/sobrietà, giustizia, verità, amore, senza rinunciare ad alcuna di tali forme o volti della non violenza. Priva anche solo di una di tali componenti, la non violenza apparirebbe monca, amputata di una sua dimensione vitale, in qualche modo svuotata di senso.

 

  1. La necessaria distinzione fra ordine pubblico interno ed Il paradosso della “non violenza”: una via personale per la salvezza collettiva

Ciò che forse colpisce di più, quando si parla di “non violenza”, è che essa sembra una via praticabile sul piano individuale-spirituale, ma non collettivo-sociale. È opinione diffusa, infatti, che – per esempio – solo individualmente si può “non reagire” all’ingiustizia, non rispondere “al male con il male”, in breve: perdonare. Del resto, quali che siano gli effetti sociali esterni, il perdono, se è autentico, essenzialmente rimane un fatto individuale e interiore. Sotto quest’aspetto, il metodo non violento suscita l’interesse di filosofi e teologi, ma sembra di scarso interesse per gli altri scienziati sociali (giuristi, sociologi, politologi, economisti, ecc.), che spesso lo considerano alla stregua di una via sostanzialmente preclusa, ponendosi piuttosto nella prospettiva della ricerca di soluzioni esteriori, visibili, per tutti, perché riguardanti l’insieme dei consociati, in una dimensione squisitamente sociale, pubblica.

Partendo da questo presupposto, forse – nella ricerca di un difficile equilibrio – potrebbe distinguersi fra situazioni di ordine pubblico interno, dove comprensibilmente gli scienziati sociali usano il termine di forza (violenza legittima dello Stato, attraverso le forze di polizia) usata contro l’inimicus, da situazioni di ordine pubblico esterno, esercitata dallo Stato, attraverso le forze armate, quando un intero popolo reagisce all’aggressione ingiusta in modo violento contro il popolo aggressore (hostis). I due contesti sono profondamente diversi e la cosa va sottolineata.

Nel secondo caso, anche se la difesa è eventualmente legittimata sul piano del diritto internazionale (bellum iustum), ci troviamo sempre – almeno a parere di chi scrive – di fronte a una “forza” spropositata e indiscriminata: occorre quindi chiaramente parlare di “guerra” (spesso anche nelle c.d. operazioni di “polizia internazionale”). Insomma, mentre nel caso dell’ordine pubblico interno la violenza è ben delimitata e volta esclusivamente contro singoli che episodicamente violano le regole condivise della pacifica convivenza sociale, nel secondo la violenza, per quanto esercitata contro chi non rispetta le regole internazionali, si traduce sempre in una strage, in un massacro collettivo e indiscriminato: il nemico viene eliminato perché tale, indipendentemente dalla condizione individuale/personale del singoli.

E la violenza (collettiva) genera altra violenza (collettiva), in una spirale perversa e diabolica. La violenza che mira ad eliminare l’aggressore a ben vedere è sempre un male che genera altro male. In breve: si tratta di massacri legittimati che generano inutili dolori e lutti. Davvero, sembra di poter dire, “con la guerra tutto è perduto”, sicché bellum omnino excludendum est. Del resto, credo si riesca a capire che rendere inoffensivo un rapinatore o un terrorista non è la stessa cosa che sganciare bombe o usare un mortaio.

Naturalmente la distinzione fra ordine pubblico “interno” ed “esterno” è relativa e solo quantitativa, non qualitativa: il male è sempre un male, indipendentemente dalla quantità. Tuttavia, nella prosaica e realistica prospettiva delle scienze sociali, tale distinzione può avere una qualche utilità. Né può sottacersi il bene sociale che talora (in casi davvero estremi) anche una violenza legittima (forza), esercitata sul rigoroso piano dell’ordine pubblico interno, effettivamente è in grado di produrre. L’esperienza e la storia ci insegnano che – mentre le guerre (anche quelle c.d. giuste) sono sempre foriere di lutti, dolori e mali – ogni società abbisogna anche di regole e sanzioni, e operatori dell’ordine pubblico, indispensabili per l’umana convivenza.

Ciò detto, più in generale viene però sottovalutato il valore pratico del principio di “non violenza” anche sul piano collettivo-sociale, sia sul piano dell’ordine pubblico interno che esterno. Ma – affinché essa sia una buona strada da percorrere sempre e dunque affinché si possa coglierne anche il riverbero sociale-pubblico – occorre una grande e diffusa maturità individuale.

In realtà, si può ben parlare di un paradosso della “non violenza”: essa costituisce una via personale per la salvezza collettiva. Persone mature, cittadini partecipi, ben informati e consapevoli dei loro diritti e doveri formano società in cui il tasso di violenza è ridotto. Persone immature e ignoranti, cittadini manipolati e/o manipolabili, danno vita a società intrinsecamente violente. Dunque, la “non violenza” costituisce, sì, una via personale-spirituale, ma essa appare indispensabile per una buona convivenza sociale-pubblica.

Della praticabilità sociale, pubblica, della non violenza  e della sua efficacia storico-concreta si accennerà subito.

 

  1. Il successo storico e sociale del principio di “non violenza”

Nel corso della storia, personalità molto diverse per contesto geografico, razza e cultura hanno intuito la straordinaria forza della non violenza – o, se si preferisce, più semplicemente – dell’amore: il Mahatma Gandhi, Leone Tolstoj, Aldo CapitiniSimone WeilMartin Luther King, Nelson Mandela, ecc.

La storia ci dice pure un’altra cosa, per molti forse sorprendente: i capovolgimenti di regime, le rivoluzioni, i cambiamenti di assetto sociale e politico non violenti sono proprio quelli che riescono meglio e sono destinati a durare.

Sempre l’esperienza storica ci dice che non ci sono guerre “fra” Stati costituzionali, ossia  democratico-liberali. Ciò significa che non ci sono guerre “fra” società aperte e tolleranti, in breve intrinsecamente non violente, mentre la guerra coinvolge sempre almeno uno Stato non democratico-costituzionale, ossia una società chiusa e intollerante, come tale intrinsecamente violenta. È chiaro, quindi, che l’idea di “non violenza” si accosti meglio, sul piano giuridico,  al concetto di Stato costituzionale e, sul piano socio-politico, al modello democratico e liberale.

Al di là della liberazione dal dominio coloniale dell’India, i casi riusciti di non violenza collettiva, ossia di risoluzione di micro- e macro-conflitti sociali attraverso mutamenti epocali ed extrasistemici non traumatici (non violenti), sono molti e in crescita, anche in tempi recenti.

Alcuni esempi, in ordine cronologico:

  • la Danimarca che resiste con tecniche non violente – sabotaggi, applicazione diffusa da parte della popolazione (a cominciare dalla famiglia reale) della fascia ebraica per impedire le deportazioni, ecc. – alla dominazione nazista (1940);
  • la Spagna che cambia regime senza spargimento di sangue (Juan Carlos, 1975);
  • la Polonia che abbandona la dittatura comunista senza violenze (Lec Walesa, scioperi 1980 – elezioni 1989);
  • le Filippine che riescono a liberarsi del dittatore Marcos, grazie alla resistenza non violenta di una donna (Corazon Aquino, pacifica People Power Revolution 1986);
  • il Sud Africa che supera l’Apartheid senza violenze e vendette per l’illuminata scelta di Nelson Mandela (1991);
  • almeno per certi versi, anche le c.d. e recenti “rivoluzioni del gelsomino” del Nord Africa: Tunisia, Egitto (2011). Ma purtroppo proprio l’assenza di strategie non violente non ha portato agli stessi sviluppi in Libia, Yemen e Siria.

In conclusione, la non violenza non è solo una strada per il singolo, ma è (non una delle, ma) la via  per risolvere i conflitti sociali: la via migliore, perché la più evangelica e, per quanto sembri strano, la più efficace.

Andrebbe dunque approfondita e valorizzata la sua conoscenza nel quadro della dottrina sociale della Chiesa.

Prof. Antonino Spadaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]) Cfr. A. Spadaro, Libertà di coscienza e laicità nello Stato costituzionale (sulle radici “religiose” dello Stato “laico), Torino Giappichelli 2008 ,  spec. 104 ss.