Coworking: la didattica e la ricerca del futuro

Il 30/11/2017 il prof. Domenico Ursino, docente di Informatica presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università Mediterranea, ha spiegato ai corsisti dell’ISFPS Mons. A. Lanza cos’è il coworking, un nuovo modello di didattica e ricerca che può contribuire a preparare gli studenti all’inserimento nel mondo del lavoro.

È necessario innanzitutto prendere coscienza della fase di cambiamento epocale che stiamo attraversando: basti pensare, ad esempio, che i dieci lavori più richiesti nel 2010 non esistevano nel 2004; che la radio ha impiegato quasi quarant’anni per raggiungere i cinquanta milioni di utenti, mentre Facebook ne ha impiegati solo due e che adesso un singolo inserto del New York Times contiene più informazioni di quante una persona di tre secoli fa potesse conoscerne in tutta la vita. Poiché la quantità di nuove informazioni tecnologiche raddoppia ogni due anni, la metà di ciò che gli studenti universitari apprendono al primo anno sarà già obsoleto al terzo: per questo è necessario insegnare loro un “metodo” più che un linguaggio di programmazione, affinché possano adeguarsi ai rapidi aggiornamenti nel mondo dell’informatica.

Il cambiamento – non necessariamente negativo – non deve spaventare, né va subito passivamente. Oggi l’idea di sostenibilità e rispetto dell’ambiente naturale ha sostituito il mito della crescita infinita degli anni novanta, così come i valori interni condivisi hanno assunto maggiore importanza delle regole imposte e l’idea di “servizio” alla comunità prevale su quella di “successo”.

Il coworking, come stile di lavoro, prevede la condivisione di uno spazio comune in cui persone, che spesso hanno competenze e ruoli diversi, portano avanti attività indipendenti o comuni in maniera partecipativa e sinergica. Il modo di lavorare cooperativo, e non competitivo, e l’adesione ai medesimi valori (in primis il valore della collaborazione), creano un forte spirito di gruppo, tanto che i legami prescindono dalle ore trascorse nei laboratori.

Il Manifesto del coworking, che può essere sottoscritto in rete, richiama espressamente alla necessità di agire “insieme”, ciascuno secondo il proprio talento, partecipando attivamente alla vita della comunità. L’amicizia inoltre prevale sul distacco formale.

Questo metodo si è diffuso in America a partire dal 2005, in particolare tra gli studenti universitari e in settori creativi quali i “new media”, ove i laboratori superano le settecento unità, mentre nelle Università europee si segnalano al momento i laboratori di Leeds e quello di Reggio Calabria, presso il Dipartimento DICEAM di Ingegneria, denominato Barbiana 2.0. Il richiamo all’esperienza educativa di Don Lorenzo Milani è derivato dalla constatazione che le idee del coworking erano già state sperimentate a metà del secolo scorso dall’innovativo prete fiorentino: la cooperazione, la trasmissione dell’esperienza conoscitiva, la forte condivisione di valori, l’assenza di orari di lavoro definiti e il diritto allo studio anche per i meno abbienti.

All’interno del laboratorio reggino il prof. Ursino insegna a lavorare in team, ad imparare anche attraverso il gioco, a studiare senza pensare troppo al voto, ad essere pratici, creativi e propositivi, acquisendo non solo nozioni tecniche ma anche le “soft skills”. Inoltre la visione degli studenti non deve limitarsi al contesto locale ma deve essere proiettata verso il mondo: numerosi laureati del corso di laurea reggino sono stati impiegati in note aziende di informatica in diverse città, da Seattle a Berlino.

Il docente ha anche ricordato la teoria giapponese del Kaizen, cioè del miglioramento continuo a piccoli passi: strategia necessaria nel mondo dell’informatica, in continua evoluzione. Al Sud italia, le potenzialità a livello tecnico potrebbero far nascere appunto un polo informatico come la “Silicon Valley”, ma si fatica ad attrarre investimenti per la problematicità del territorio.

 

Stefania Giordano

 

 

I commenti sono chiusi