Il lavoro sommerso in Calabria

Al corso organizzato dall’Istituto di formazione politico sociale Mons. A. Lanza si è discusso dei problemi della realtà lavorativa in Calabria, per capire i futuri sviluppi e le nuove opportunità. In particolare, l’1/12/2017, il Dott. Giuseppe Scordino, Ispettore Territoriale del Lavoro a Reggio Calabria, ha relazionato su “lavoro nero e lavoro grigio in Calabria”, due forme di lavoro irregolare purtroppo diffuse soprattutto al Sud Italia, che incidono negativamente nel tessuto sociale ed economico.

Il lavoro nero è la forma più grave di lavoro sommerso: riguarda i casi in cui il lavoratore è privo di qualsiasi contratto e dunque di ogni tutela previdenziale, assicurativa e retributiva. Il lavoratore risulta totalmente sconosciuto alla pubblica amministrazione e sfugge alle statistiche ufficiali. Ne conseguono forme inaccettabili di sfruttamento, precarietà, emarginazione e mancanza di sicurezza sui luoghi di lavoro. Il datore di lavoro privato omette dunque la comunicazione preventiva di inizio del rapporto di lavoro che ora deve avvenire in forma telematica.

Nel caso del lavoro grigio, invece, il rapporto di lavoro è regolarmente formalizzato ma le prestazioni lavorative non hanno una completa tutela: un esempio è il c.d. falso part-time, che nasconde un tempo pieno “di fatto” attraverso la dichiarazione di un numero di ore lavorative inferiore a quelle effettivamente prestate. Il lavoro in elusione ricorre a forma contrattuali flessibili o atipiche per celare un rapporto subordinato.

Altra casistica è l’uso distorto del lavorio accessorio, assai diffuso prima della recente abrogazione con il D. L. 25/2017 (convertito in legge n. 49/2017): i committenti potevano acquistare un numero di voucher sufficiente a compensare solo una parte delle prestazioni svolte, per fare apparire come legittimo il rapporto, lasciando nell’illegalità la restante parte.

Rientrano tra le forme di lavoro irregolare anche le esternalizzazioni fittizie (pseudo appalti di servizi), le sotto-retribuzioni (accettazioni di standards normativi e retributivi inferiori rispetto a quelli previsti dalle norme giuslavoristiche e dai contratti collettivi nazionali) e la piaga del “caporalato”, diffusa in agricoltura.

Il relatore, dopo aver spiegato il ruolo dell’Ispettorato del Lavoro nel contrasto al lavoro sommerso, ha invitato a riflettere sui fattori che possono favorirlo. Non si tratta solo di un problema derivante dagli alti costi extra-salariali e dalla rigidità, soprattutto in uscita, del mercato del lavoro, ma è anche un problema culturale: mancanza di senso civico, scarsa informazione, ecc. La soglia di “accettabilità sociale” del sommerso è particolarmente alta, soprattutto in territori in cui si è facilmente ricattabili a causa della carente offerta di lavoro.   

Il sommerso nega la dignità del lavoratore e i diritti costituzionalmente garantiti: giusta retribuzione, ferie, tutela della salute, maternità, sicurezza, ecc. Inoltre ha gravi ripercussioni sulla collettività poiché il mancato gettito nelle casse dello Stato degli oneri fiscali, assicurativi e previdenziali incide sulla riduzione dei servizi pubblici. La riduzione del costo del lavoro falsa anche la corretta competizione del mercato (c.d. dumping sociale).

È in corso di discussione in Parlamento una proposta di legge (Di Salvo, Atto Camera 1041) che prevede precise disposizioni in materia di modalità di pagamento e tracciabilità delle retribuzioni. Alcune sentenze della Corte di Cassazione (vedi n. 9588 del 14/7/2001) hanno precisato che non esiste la presunzione assoluta della retribuzione percepita anche in presenza della firma del lavoratore in calce alla busta paga.

Dal dibattito è emersa la necessità di lavorare molto per la diffusione dell’informazione e della cultura della legalità in ambito lavorativo, e per questo gli Ispettori del lavoro potrebbero organizzare incontri formativi con gli studenti delle scuole.

Stefania Giordano

 

 

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