“I diritti umani e gli ultimi; l’esperienza della Caritas in città”

Non è semplicemente un’associazione di ispirazione cristiana impegnata al servizio dei poveri, come generalmente si crede. Anzi, il suo ruolo è quello formativo. La Caritas è nata proprio per formare e sensibilizzare all’attenzione verso gli ultimi. Lo ha ricordato don Antonino Pangallo – direttore della Caritas diocesana di Reggio Calabria – durante un incontro all’istituto di formazione politica “Mons. Lanza”. Autentica, schietta e di forte impatto la testimonianza del sacerdote reggino, che ha condiviso con i corsisti la sua esperienza e la sua osservazione di un universo particolarmente fragile e bisognoso.

«L’attività formativa della Caritas – ha spiegato don Pangallo – è quella di educare all’accoglienza e alla condivisione nei confronti degli ultimi e dei poveri, non con “lezioni” teoriche ma attraverso esperienze e condivisione di vita, e puntando il dito verso il disagio reale e le diverse forme di povertà. La Caritas, quindi, richiama costantemente l’attenzione verso gli ultimi, perché il rischio è che ci si dimentichi di loro. Essa interviene per sensibilizzare le parrocchie e i laici affinché i poveri siano messi al centro della vita comunitaria e non restino l’ultima ruota del carro. Questa azione viene fatta attraverso due vie: la costituzione di Caritas parrocchiali e di Centri d’ascolto. Nel primo caso, si tratta di un “gruppo di provocazione” che viene a conoscenza dei bisogni dei poveri nella parrocchia e sensibilizza tutta la comunità alla condivisione. Anche le iniziative che fioriscono attorno alle Caritas hanno uno scopo formativo e le opere concrete che nascono sono un segno per sensibilizzare e stimolare uno spirito di condivisione. Nei centri di ascolto, invece, i volontari prestano attenzione ai bisogni e alle necessità più profonde delle persone della comunità e cercano di dare risposte e accoglienza. La gente che quotidianamente vi passa richiede soprattutto lavoro, abitazioni, cibo e vestiti ma anche istruzione e salute.

Oltre a questi centri, nel corso degli anni, in base ai bisogni emergenti, sono nate comunità di accoglienza che sono legate ma non gestite dalla Caritas. Essa, infatti, – per restare fedele al suo compito formativo – si limita a lanciare idee di accoglienza, e una volta nate le “opere segno”, queste camminano da sé. L’ultima opera nata in diocesi è il centro di accoglienza per i senza fissa dimora intitolata a Padre Catanoso, ubicata nei pressi del seminario. Ci si è accorti, infatti, che il mondo della strada è un universo che ha bisogno di essere ascoltato, e chi ci vive, se aiutato e sostenuto, ne può uscire.

Negli ultimi anni, poi, – ha ancora spiegato don Pangallo – ci stiamo concentrando su alcuni settori particolarmente delicati, perché dobbiamo suonare il campanello d’allarme rispetto ad alcune categorie fragili che vivono problemi particolari. Così, cerchiamo di riflettere e intervenire nella problematica della malattia mentale: chi ne soffre, e le loro famiglie, vivono momenti di grande solitudine. E noi dobbiamo tenere desta l’attenzione verso il disagio psichico perché la società attuale strizza i cervelli e il bombardamento a cui siamo sottoposti può svuotare l’anima e far diventare depressi.

Un altro ambito in cui vorremmo agire è il mondo dei minori. Bisogna pensare ai modi con cui si possono mettere al centro della comunità, in un momento in cui le violenze in famiglia stanno aumentando e il rischio delinquenza o devianza si accresce. Anche la realtà carceraria è al centro della nostra attenzione: sono tanti i suicidi, troppe le persone che non hanno cibo o vestiti, soprattutto gli stranieri. Le carceri sono sovraffollate e non hanno nemmeno il sostegno economico dovuto. Infine, l’altro settore particolarmente delicato a cui ci vogliamo affacciare è la strada. Qui vive un universo variegato: chi ha perso il lavoro o la famiglia, i delinquenti e le vittime dei delinquenti, le prostitute e i malati di mente. Ma sono soprattutto le famiglie, e non più soltanto i singoli, la nuova cifra del popolo della strada. Ogni settimana alla Caritas ci sono segnalazioni di due o tre famiglie sfrattate e che hanno perso il lavoro. Quando chiedono aiuto alle istituzioni pubbliche, la loro soluzione è la separazione dei suoi membri. Invece, bisognerebbe pensare a un’accoglienza elastica per nuclei familiari». Tutte le opere sorte e i progetti destinati alle categorie fragili e in difficoltà, hanno lo scopo di aiutare la persona ad affrancarsi dallo stato di bisogno.

«Il nostro obiettivo – ha concluso don Antonino Pangallo – è vedere risorgere le persone. Non siamo, infatti, un ente di beneficienza che si limita ad assisterle ma stiamo loro accanto perché si rimettano in piedi ed escano verso la libertà. L’accorgersi di un problema spinge a condividere, a organizzare risorse per aiutare chi è nel disagio a uscirne. E al tempo stesso si diventa una provocazione per la società civile e per le istituzioni. Mentre, infatti, si fa opera di condivisione e nascono esperienze “segno”, si stimolano le istituzioni pubbliche a non lavarsi le mani, ma ad impegnarsi concretamente a favore degli ultimi.  E a farsi carico dei poveri che non sono una zavorra, bensì persone che pagano il prezzo del benessere degli altri.  Purtroppo oggi è diffusa una mentalità secondo cui i poveri sono il prezzo da pagare allo sviluppo. Si teorizza, cioè, la necessità che ci sia una frangia di popolazione che non può accedere alle risorse. Secondo il principio del liberalismo estremo – che è la logica del mercato – chi non ha niente da vendere o chi non può comprare non serve.

Invece, la comunità cristiana che crede nel valore della persona, non si rassegna alla povertà, spinge per attuare piani di lotta all’indigenza, e intanto sceglie di stare accanto ai poveri, fa una scelta controcorrente, provocatoria oltre che scomoda».

 

 

Vittoria Modafferi

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