“Dottrina sociale e vivibilità della città: la questione dei Piani urbanistici”

 

La città: un organismo vivente, con determinate caratteristiche e dinamiche mutevoli, con una propria identità, con un passato e un futuro. Di “Vivibilità della città e piani urbanistici” si è occupato Antonino Mazza Laboccetta – ricercatore in Diritto urbanistico all’Università Mediterranea – durante una lezione svolta all’Istituto di formazione politica “Mons. Lanza”.

Partendo dalla città antica, in cui la politica fungeva da motore di sviluppo, fino a quella moderna, dove invece è l’economia a dare forma e struttura alla città, il prof. Mazza si è soffermato sulla città sorta nel periodo della rivoluzione industriale. In quell’epoca è cambiata la struttura fisica del centro urbano che si è espanso e ha travalicato i confini comunali. La città fordista, sulla falsariga del modello di produzione industriale, era suddivisa in zone ognuna con una propria identità funzionale. Quel prototipo di città è entrato in crisi negli anni ’70 del XX secolo: da luogo di produzione, al centro del quale c’era la fabbrica, è diventata il luogo dei servizi. In seguito al processo di deindustrializzazione si sono creati vuoti urbani e solo negli anni ‘80 si è affermato il tema del “riuso” della città.

Nell’attuale economia globalizzata le grandi città svolgono una funzione cruciale e relegano in posizione marginale quelle che non reggono la competizione. Dal punto di vista concettuale, oggi essa non è più intesa come termine passivo – schermo che riflette le dinamiche socio economiche – ma piuttosto quale soggetto attivo, centro di processi innovativi. Le città sono infatti in competizione tra loro, per attrarre investimenti ed essere scelte come sedi istituzionali, finanziarie o di eventi culturali e sportivi. Ma in quanto organismi viventi, consumano e bruciano energie per produrre sviluppo, dissipando, così, risorse naturali.

Infine, intesa come insieme di luoghi e di strutture materiali (piazze, strade, monumenti, palazzi, caffè…) la città è memoria, è identità in cui i cittadini si riconoscono. Al tempo stesso, però, essa guarda al futuro perché promuove benessere e sviluppo.

In questo quadro, il diritto urbanistico – ha precisato Mazza – intende preservare il sottile equilibrio naturale tra passato e futuro, perché tenta di tutelare l’identità senza penalizzare l’innovazione. Il diritto urbanistico ha ad oggetto il territorio, che nel mondo globalizzato si configura come “bene territoriale”, ovvero come valore immateriale piuttosto che come luogo fisico. Esso è il terminale di una pluralità di interessi tanto complessi, da far parlare di “governo del territorio”. L’urbanistica, dunque, è la disciplina che dovrebbe consentire tutti i possibili usi del territorio, in modo armonico e sostenibile.

Purtroppo il nostro modello di pianificazione – ha ricordato il docente – è piramidale, a cascata: la città viene disegnata secondo un processo decisionale che dall’alto muove verso il basso, e procede dai piani di area vasta che stabiliscono direttive, al piano regolatore generale che disciplina l’uso e la trasformazione del territorio comunale. Nella realtà, i piani di area vasta sovra-comunali non hanno mai visto la luce. Quello regolatore generale, così, ha finito per essere, forzatamente, un piano centrale che lungo il corso del tempo ha manifestato segni di crisi. Urge invece un’urbanistica partecipata, smart e foriera di sviluppo sostenibile.

 

Vittoria Modafferi

 

 

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