Evoluzione storica e problematiche della dottrina sociale della Chiesa

Centro di relazioni, l’uomo è naturalmente ordinato alla vita sociale e politica. Le dinamiche relazionali che in essa si attivano sono costruttive se inscritte dentro un orizzonte di pensiero critico e dialogico e di impegno per il bene comune. Il sociale-politico è faccenda etica. C’è bisogno di nutrire di senso l’agire politico (anche per non ‘sporcarsi le mani’ inutilmente), attingendo a fonti che fecondino ciò che è propriamente e compiutamente umano. E lo si fa ‘insieme’, perché è in gioco la costruzione della casa comune di tutta la famiglia umana. Una di quelle fonti è il pensiero sociale della Chiesa. Al quale è opportuno accostarsi attraverso una lettura sapiente che ne sappia cogliere ragioni ed evoluzione, e sappia distinguere in esso i principi morali – quali punti fermi di ispirazione di ogni agire sociale e politico – dal plesso di indicazioni e direttive per la traduzione di quei principi nelle situazioni storiche concrete. Particolare attenzione va prestata, perciò, ai contesti per considerare i valori davvero in gioco, sempre anteponendo i valori viventi che sono le persone umane e la loro dignità al mero formalismo dei principi. La dottrina sociale della Chiesa dovrebbe rientrare a pieno titolo in tutti i percorsi ecclesiali formativi e catechetici.

 
Questa è, in sintesi, la premessa dell’incontro che la prof. Giovanna Cassalia – docente di Antropologia filosofica nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose – ha tenuto all’Istituto di formazione politico-sociale “Mons. Lanza”, nel quale, con il sussidio di riferimenti testuali, ha tracciato un breve profilo dell’evoluzione del pensiero sociale della Chiesa, sostando su alcuni aspetti di rilievo. Attenta sin dalle origini alle condizioni sociali d’esistenza, oggetto di tanti suoi pronunciamenti, la Chiesa ha tuttavia elaborato un vero e proprio pensiero organico e sistematico solo a partire dalla fine dell’Ottocento. Quando, mutata la configurazione della società, emergono in tutta la loro gravità i problemi legati alle condizioni di miseria e sfruttamento di molti, Leone XIII ritiene di dover intervenire (Immortale Dei, Rerum Novarum) per ribadire, da una parte, il dovere morale naturale di operare per instaurare un ordine sociale giusto, e, dall’altra, per richiamare i credenti al loro dovere di sostenere il povero, che è “dovere di carità”, fondato nel Vangelo, “non di giustizia sociale”.

Era orientamento dell’epoca che il sociale appartenesse all’ordine storico-naturale, e non rilevasse direttamente sul piano della salvezza, intesa come salvezza escatologica individuale, pertinente alla sfera del soprannaturale: la separazione tra materia e spirito, tra natura e soprannatura, aldiqua e aldilà, era abbastanza netta. In quest’ottica il rapporto uomo-società, pur necessario, è solo strumentale: la società serve a soddisfare i bisogni naturali dell’uomo.
L’evoluzione in senso modernista della società e della cultura genera preoccupazione e provoca nel Magistero prese di posizione severamente critiche rispetto alle ‘novità’, ritenute “contrarie alle finalità della Chiesa e della fede”. Nascono (1907) le ‘Settimane sociali’ con lo scopo di “ispirare cristianamente la società”.
Di fronte ai processi storici che connotano il XX secolo (totalitarismi, guerre mondiali, crisi economiche, devastazioni non solo materiali, e tanto altro), la Chiesa matura una rinnovata attenzione per l’etica sociale e l’azione per la giustizia e la pace. E la dottrina sociale della Chiesa non è più filosofia sociale ma rientra a pieno titolo nella teologia morale. È papa Giovanni XXIII (Mater et Magistra 1961; Pacem in Terris 1963) ad anticipare quel che il Concilio confermerà: l’urgenza d’un nuovo approccio alle questioni sociali. Nuovo nel metodo (non più a partire dall’alto, dai principi di dottrina, per farne una rigida applicazione – i principi e le direttive vanno tradotti, cioè compresi, interpretati e applicati, nella storia, che viene riscoperta come luogo teologico – ma a partire dal basso, dalle situazioni concrete); nuovo per ampiezza di sguardo (non più entro i limiti al massimo del proprio Stato, ma rivolto al mondo).

Non più due storie: storia della salvezza e storia naturale. È la famiglia umana tutta che ha cominciato già qui, nella storia, il cammino verso la pienezza del Regno. Sicché non c’è condizione vissuta nella storia che non riguardi il cristiano e la sua salvezza, inscindibilmente connessa con quella della famiglia umana tutta, redenta in Cristo. È qui la base teologica della presenza dei cattolici in politica. E la prima enciclica sulla pace ribadisce con forza che l’ordine sociale va radicato nella giustizia e nella pace e va costruito con tutti gli uomini di buona volontà, anche atei e persecutori della Chiesa.
Il Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes in specie) recepisce largamente queste intuizioni e le istanze d’apertura e di dialogo con tutti e se ne fa interprete autorevole, invitando a improntare i rapporti Chiesa-mondo al riconoscimento degli apporti reciproci, perché alla costruzione d’un mondo più giusto, orientato a realizzare il bene comune, sono chiamati tutti.
Bene comune: locuzione ormai entrata nell’uso e nell’abuso corrente, ma che non dice le stesse cose per tutti. Ad esso va rivolta perciò – ha sottolineato la docente – tanta attenzione e grande spirito di discernimento, per non consentire che si esaurisca in una mera formula accattivante e retorica: ciò che deve essere attuato come bene comune va commisurato concretamente con le esigenze profonde e autentiche (non artificialmente indotte) della famiglia umana (su piano locale, nazionale, mondiale). E non si dimentichi che esso è sempre correlato con l’idea di uomo che abbiamo e di ciò che è bene per lui e per tutti: insomma la visione antropologica decide di ciò che deve essere il bene comune con riguardo anche ai contesti in cui va declinato. È dovere di ognuno di ispirarsi sempre al principio del bene comune, ma è compito inaggirabile di coloro cui è affidata istituzionalmente la gestione della cosa pubblica di individuare ciò che, nelle concrete situazioni politiche, davvero corrisponde ad esso e operare in quella direzione. Per costruire giustizia. Che richiede in primo luogo di stare dalla parte di coloro nei cui confronti si è in debito: i poveri.

«I poveri non devono essere più oggetto di carità e di assistenza, ma devono diventare soggetto della storia della salvezza annunciata nei Vangeli» così Paolo VI si espresse a Medellin.
È su questa linea che si sviluppa l’insegnamento sociale della Chiesa nell’ultimo cinquantennio. Il peccato sociale e le ‘strutture di peccato’ che la Chiesa ha acutamente da tempo denunciato sono anche generati e accresciuti dai modelli culturali, etici, economici, sociali, politici oggi dominanti, distruttivi e disumanizzanti.
L’invito di Benedetto XVI (Caritas in Veritate) a coniugare la giustizia con la carità (legame antico e sempre nuovo), di perseguire la giustizia sociale per amore e secondo la logica del dono, è certo la risposta necessaria e peculiare d’ogni cristiano. Ma essa deve accompagnarsi alla consapevolezza che occorre elaborare nuovi modelli, capaci di rigenerare il tessuto sociale e riportarlo alla misura della giustizia con tutti e per tutti.

Significherebbe – ha concluso la docente – prendere sul serio – e agire di conseguenza – le parole forti e chiare di papa Francesco: “il sistema sociale è ingiusto alla radice” scritte nella Evangelii Gaudium, tutta da leggere, meditare, applicare. Insieme.

Vittoria Modafferi

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