La decrescita per uscire dalla crisi: la lezione di Serge Latouche

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Il 24 marzo, grazie all’Istituto di formazione politico-sociale Mons. A. Lanza – nel salone del Digiec (Palazzo Sarlo) gremito di persone, moltissime anche in piedi – si è tenuto un interessantissimo incontro con il Prof. Serge Latouche, antropologo dell’economia e studioso di fama mondiale, il cui pensiero è stato definito definito dal Prof. Spadaro, che lo ha introdotto, «certo non ortodosso, ma stimolante e suggestivo, perché radicalmente critico rispetto ad un modo di pensare economico, utilitarista, che riduce i rapporti fra gli uomini, e fra gli uomini e la natura, a “merce”». Pensiero tanto più interessante quanto più anche l’ultima enciclica di Papa Francesco (Laudato sì) – che critica uno sviluppo incontrollato, causa di profonde ingiustizie e di una «cultura dello scarto» – espressamente richiama, al n. 193, la necessità di una «decrescita».

Secondo Latouche, la “crisi” – prima culturale (1968); poi ecologica (1970); poi sociale ed economica (1980); infine, dopo la contro-rivoluzione liberista, finanziaria (2007) – può essere considerata una crisi di civiltà o antropologica. La scelta della decrescita si fonda sulla doppia e contraddittoria impostura dell’austerità e del rilancio, al tempo stesso, del perenne sviluppo economico.

L’economia capitalistica si è basata sulla presunzione della possibilità di un’illimitatezza del prodotto, del consumo e dei rifiuti, creando sempre nuovi “bisogni indotti”, attraverso: a) la pubblicità; b) la disponibilità di credito (da ciò l’indebitamento); c) l’obsolescenza programmata dei prodotti stessi. La “colonizzazione dell’immaginario” è stata così forte da convincerci di vivere nell’abbondanza, benché sfruttiamo fonti non rinnovabili. Ma un mondo finito non può crescere all’infinito. Inoltre, la “tossicodipendenza del consumo” genera infelicità, continua insoddisfazione e frustrazione.

L’ipotesi di una società conviviale, fraterna, solidale, sobria e ispirata alla decrescita, nasce nel 2002 come uno slogan in opposizione a quello – secondo Latouche, ingannevole – di “sviluppo sostenibile” proposto dalle lobby industriali. Non è richiesto il ritorno all’età della pietra, ma occorre ritrovare il senso della misura, la saggezza delle società tradizionali e dei filosofi della storia.


La decrescita esige il circolo virtuoso delle otto “r”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.


 

Il programma politico include il recupero dell’impronta ecologica, l’integrazione dei costi di trasporto, il recupero dell’agricoltura contadina, la diminuzione dell’orario di lavoro, la riduzione dello spreco di energia, la penalizzazione delle spese pubblicitarie. In questo quadro, il governo locale può decidere di sviluppare la resilienza, cioè la capacità di resistere e affrontare le sfide energetiche, climatiche e di autonomia alimentare.

Infine, il progetto della decrescita è una scommessa che si può intraprendere solo se ci sono: convinzione, coraggio e consenso. Il cambiamento, dunque, potrà avvenire solo dal basso. Come scrisse Ivan Illich in “La Convivialità”: «La disuassefazione dallo sviluppo sarà dolorosa. Lo sarà per la generazione di passaggio e, soprattutto, per i più intossicati tra i suoi membri. Possa il ricordo di tali sofferenze preservare dai nostri errori le generazioni future».

È seguito un ampio e vivace dibattito.

Stefania Giordano

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