“ La guerra di Mario”

Un minore. Una famiglia d’origine, e una affidataria. In mezzo, i servizi sociali e il tribunale per i minori. Talvolta lo psicologo e il tutore. In una storia familiare fatta di difficoltà – temporanee o durature, di natura economica o sociale – entrano tutte queste figure. Quasi come tasselli di un puzzle, per la cui composizione ogni pezzo deve incastrarsi bene con gli altri. Anche se, questi “pezzi”, sono persone con un cuore e un vissuto, spesso problematico e sofferto.

Una tematica delicata, quella dell’affido familiare, che è stata affrontata con grande interesse dai corsisti della scuola di formazione politico-sociale “Monsignor Lanza”. Il dibattito, a cui ha offerto un prezioso contributo l’avvocato Alba Sammarco – esperta nelle materie di diritto di famiglia e minori – è stato il naturale seguito della proiezione del film “La guerra di Mario”, una pellicola incentrata sul disagio giovanile, l’affido familiare e l’intreccio di relazioni e sentimenti che ruotano intorno alla figura del giovane protagonista.

Il film, inserito nell’ambito dei cineforum organizzati dall’istituto, ha offerto l’opportunità di condividere impressioni e valutazioni personali, ed è stato un’occasione importante per conoscere i meccanismi dell’istituto dell’affido. L’avvocato Sammarco ha sviscerato i percorsi, le figure e anche le carenze legate ai casi di affido familiare. «Questo istituto – ha spiegato la Sammarco – nasce da una necessità, che è la difficoltà in cui si trova ad operare la famiglia del minore. In presenza di un impedimento sociale o economico, i servizi sociali devono intervenire, offrendo un sostegno adeguato per aiutare tutti i componenti. Ogni ragazzo infatti, secondo quanto dispone il nostro ordinamento, ha il diritto di crescere nella sua famiglia, e se questa è in uno stato di temporaneo disagio, la società deve cercare di rimuoverlo. Il minore, ha diritto che venga fatto di tutto perché resti con i suoi genitori, in virtù delle relazioni affettive che instaura nel suo nucleo familiare».

Così, se i servizi sociali riscontrassero una grave incapacità dei genitori a seguire il figlio negli studi, potrebbero redigere un progetto di recupero scolastico che passa attraverso l’inserimento del minore in centri d’affido diurno. Se il sostegno, invece, non è sufficiente e le difficoltà non vengono superate, allora la legge prevede che il minore possa essere dato in affido a una famiglia o a una singola persona. Questi soggetti devono esser in grado di mantenere, istruire ed educare il minore, nonché di conservare una relazione affettiva di cui il ragazzo ha bisogno. L’allontanamento, in ogni caso, deve avvenire con le giuste cautele, perché comporta conseguenze emotive non indifferenti. Spesso si tratta di una separazione temporanea, mirata a consentire il superamento del disagio sociale o il recupero clinico–sanitario dei genitori, e successivamente il minore può essere reinserito nel suo contesto d’origine.

L’avvocato Sammarco ha poi spiegato il procedimento con cui viene deciso l’affido.  «Sono i servizi sociali a disporlo, con il consenso dei genitori o del genitore che esercita la potestà, ma se manca il consenso, il Tribunale per i minori ha facoltà di intervenire. Nel caso in cui viene deliberato l’affido, il servizio sociale deve redigere un progetto, indicare gli obiettivi, e i tempi di durata che non dovrebbero superare i 24 mesi. Il tribunale deve essere informato della situazione, e, se ricorre uno stato palese di abbandono, può verificare l’opportunità di avviare l’apertura dello stato di adottabilità. Ma prima di aprire la procedura, i servizi sociali assumono tutte le informazioni, i soggetti interessati vengono sentiti e si dispone la scelta più adatta per il minore. Nei casi più gravi, se ci sono gli estremi, si può chiedere la sospensione della patria potestà e nominare un tutore, che risponde del comportamento del minore, vigila sull’andamento dell’affido e dà il suo parere al tribunale circa l’opportunità di proseguire o interrompere questa esperienza. Se l’affido è temporaneo, al termine della sua scadenza, si verifica come sono andate le cose, e, se ci sono i presupposti, il minore può essere reinserito nella famiglia d’origine. Spesso, però succede che i problemi non vengano risolti essendo piuttosto gravi, e l’interesse del ragazzo non va nella direzione di un suo reinserimento».

Molto delicato è il ruolo che assume il servizio sociale, figura che dovrebbe affiancare e sostenere la famiglia affidataria, e facilitare l’inserimento del minore. «Le coppie che affrontano questa esperienza – ha affermato la Sammarco – sono spesso lasciate sole, e proprio per questo hanno difficoltà nella gestione relazionale col minore, e nella modulazione delle risposte genitoriali. Questo porta in molti casi a non perfezionare l’affido o l’adozione, soprattutto se i ragazzi hanno un vissuto problematico».

Vittoria Modafferi

 

 

 

 

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