“La ricostruzione sociale attraverso il sistema famiglia”

Toccare con mano il passaggio dalla teoria alla pratica è possibile in questo settore. L’universo dei bambini e dei giovani è un ambito dove si può promuovere il cambiamento e persino eliminare uno spiacevole alone di rassegnazione. Così Tiziana Catalano – psicologa e giudice onorario del Tribunale dei minori di Reggio Calabria – ha esternato la sua convinzione ai corsisti dell’Istituto di formazione politica “Mons. Lanza”, convinzione supportata dalla sua intensa esperienza di lavoro.

La dott.ssa Catalano lungo tutto il suo intervento ha affermato che nel settore minorile ci sono positive novità, segnali di cambiamento che offrono input di una vita diversa a coloro che sembrano condannati ad un’esistenza negativa e dedita ad attività delinquenziali. E questo in un periodo in cui la famiglia, in generale, vive tutto il malessere e la crisi che si respirano nel tessuto sociale. Più la famiglia va in crisi – ha sottolineato la Catalano – più difficilmente riesce a portare avanti le regole e le funzioni di accudimento psicologico e materiale a cui deve adempiere. Se poi la famiglia è inserita in circuiti malavitosi, la stessa crescita del minore è fortemente compromessa. Tra i compiti dell’adulto, infatti, c’è quello di garantire la salute  fisica e psichica del bambino e impedire che inizi a seguire una strada fuorviante. La stessa Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza parla chiaro. L’articolo 29, ad es., afferma che il bambino ha diritto a un’educazione che sviluppi la sua personalità, mentre gli art. 12 e 13 enunciano il diritto alla libertà di opinione e di espressione. Sulla base di questi elementi – ha ricordato la professionista reggina – il nostro ordinamento giuridico ha previsto delle pene accessorie che però fino a qualche anno fa erano raramente applicate. Se un adulto è condannato per reati gravi, si può prevedere come pena accessoria la decadenza dalla potestà genitoriale. Ciò perché il soggetto è ritenuto talmente fuori dal sistema e dal vivere civile che non può educare correttamente un ragazzo, e anzi lo potrebbe avviare su una strada sbagliata.

Casi particolarmente gravi e significativi sono quelli che riguardano famiglie appartenenti alla mafia o alla ndrangheta. Questi sistemi sono fortemente basati sul modello familiare che ne è pesantemente coinvolto. È del tutto evidente – ha sottolineato la dott.ssa Catalano – che si tratta di strutture delinquenziali che reprimono la libertà di un ragazzo, ne bloccano la crescita e la formazione di un pensiero libero e di una libera espressione della personalità. Quindi, alla luce della normativa vigente in tema di pene accessorie, da alcuni anni si è deciso, in maniera incalzante, di mettere in pratica quanto previsto sulla carta. Così alcuni provvedimenti del Tribunale dei minori di Reggio Calabria sono andati nella direzione del cambiamento, dichiarando, ad es., in un caso divenuto noto, la decadenza della potestà nei confronti di un padre condannato per associazione di stampo mafiosa e per gravi reati contro la persona. Il PM si era interrogato sulla “possibilità che l’influenza della personalità del padre potesse determinare l’assorbimento di una cultura mafiosa e l’asservimento dei figli alle logiche di predominio del potere mafioso o una omologazione negativa a modelli culturali devianti rispetto ai principi e alle regole del consorzio sociale”. Per la prima volta quindi si è dato un segnale significativo al sistema ndranghetista, che mai si era sentito intaccate nel valore a loro più caro, e colpito in quell’ambito, quello familiare, in cui il senso di appartenenza è talmente forte da considerare i figli come un prolungamento di sé, una sorta di proprietà privata. Era dunque un evento sconvolgente e di una certa risonanza, che certamente non si era mai messo in conto, nonostante l’esistenza di pene accessorie che prevedessero questa ipotesi. L’allontanamento, d’altra parte, non ha il sapore di una punizione del minore a causa di colpe non sue. Si tratta piuttosto, come ben spiega il provvedimento, di un legittimo intervento degli organi giudiziari che hanno il compito di salvaguardare la sana ed equilibrata crescita educativa dei minori, allorché il compito di formazione dei genitori non venga assolto e anzi venga svolto fornendo modelli culturali devianti. Inoltre, la decadenza dalla potestà genitoriale non è mai un provvedimento definitivo, poiché nel caso in cui il soggetto si riabiliti, gli viene concessa nuovamente la possibilità di educare e crescere i suoi figli.

Un altro caso simile, il cui protagonista era un minore con irregolarità della condotta e del carattere – il cui padre era detenuto e la cui madre, separata dal marito, era apparsa inidonea a contenere la pericolosità del figlio, mentre lo stesso contesto parentale era legato alla criminalità – si è risolto con la limitazione della potestà genitoriale e l’allontanamento del minore. Dopo aver verificato che le strutture educative alternative del territorio non erano riuscite a contenere la pericolosità del ragazzo, il Tribunale ha deciso il suo inserimento in una struttura comunitaria fuori Regione, adeguata alle sue esigenze e con operatori professionalmente qualificati nel trattare le problematiche del giovane e per fornirgli una seria alternativa culturale. L’allontanamento, qui, non è causato da abusi o maltrattamenti ma da un modello culturale che rischia di far deviare il ragazzo, al quale si vogliono fare conoscere e sperimentare contesti culturali e di vita alternativi a quelli deteriori da cui proveniva.

Come si può facilmente capire – ha concluso la Catalano – questo è un segnale di speranza per il minore e per tutto il sistema, dal momento che non ci si rassegna al fatto criminale ma si accendono i riflettori sul problema per cercare di operare sul piano della prevenzione.

Ed è anche e soprattutto la conferma che in questo settore il cambiamento non resta solo una dichiarazione teorica ma può avvenire concretamente.

 

Vittoria Modafferi

 

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