La teoria del conflitto di Galtung: strumenti di analisi per superare la violenza diretta

Considerare il conflitto come la fisiologia e non la patologia della relazione, sostenere la necessità di un’analisi approfondita per poterlo gestire e trasformare, non è forse il modo più comune di intenderlo. Raramente, infatti, si pensa alla situazione conflittuale come a un’esperienza di crescita, perché si tende a mettere in evidenza la sofferenza e la fatica che comporta. Johan Galtung, sociologo norvegese e stimato mediatore dei conflitti tra popoli o nazioni, parte invece dalla constatazione che è indispensabile riconoscere il conflitto, studiarlo nei suoi elementi specifici per arrivare, attraverso un’adeguata strategia, ad una soluzione. Di questa interessante teoria e delle sue implicazioni pratiche ha parlato Tiziana Tarsia – sociologa dell’Università di Messina – ai corsisti dell’Istituto di formazione politica “Mons. Lanza” durante due incontri comprensivi di un laboratorio pratico.

Secondo Galtung – ha spiegato la docente – esiste una netta distinzione tra il conflitto, che è uno stato della relazione, e la violenza che è uno dei modi di gestirlo. Per spiegare cosa sia il conflitto il sociologo ricorre alla teoria del triangolo: il conflitto è visto come la somma di tre elementi, ovvero degli atteggiamenti, dei comportamenti e delle contraddizioni. Mentre gli atteggiamenti hanno a che fare con la sfera interiore dell’emotività, dei sentimenti, del nostro stare dentro la relazione, i comportamenti sono legati all’agire pratico. Le contraddizioni invece sono correlate ad obiettivi contrastanti, in una situazione di scarsità di risorse.

Ad ognuna di queste componenti del conflitto viene associato un tipo diverso di violenza. Quella culturale, legata agli atteggiamenti, è la più difficile da sradicare perché è insita nella cultura di appartenenza. A questa violenza – ha chiarito la Tarsia – veniamo socializzati ed educati nei nostri contesti culturali, che determinano certi modi di agire e legittimano come normali azioni che invece sono violente. Ai comportamenti, invece, Galtung collega la violenza diretta che è di facile ed immediata individuazione: si tratta della violenza fisica o psicologica che si esprime in maniera evidente. Infine la violenza strutturale, connessa alla coesistenza di obiettivi in contraddizione tra loro, è quella macrosociale per eccellenza ed è generata da un sistema di oppressione. Spesso, infatti, non è identificabile con una singola persona o con un gruppo, ma piuttosto con una struttura sociale, con delle regole che ci possono condizionare e sono percepite come soffocanti perché non permettono di raggiungere gli obiettivi desiderati. In un sistema di violenza strutturale – ha sottolineato la Tarsia – bisognerebbe innanzitutto essere consapevoli di chi sono gli attori sociali in gioco, per poi provare a scardinare il sistema di oppresso-oppressore, in modo da generare la trasformazione e il cambiamento.

Le situazioni di violenza possono essere ribaltate solo se esiste la consapevolezza di essere imbrigliati in un contesto di oppressione, perché conoscendo il sistema si possono trovare soluzioni concrete e nonviolente. Che sono senza dubbio più difficili da raggiungere, perché la nonviolenza richiede coraggio, analisi e strategia per potere pianificare l’intervento giusto. Ecco il motivo per cui Galtung analizza in modo quasi clinico ogni conflitto, perché ritiene che se lo si studia in modo corretto, individuandone tutti gli elementi, si può arrivare a una prognosi adeguata, ovvero trovare le vie d’uscita. L’analisi è il passo indispensabile per capire, in modo strategico, come comportarsi e cosa fare. La gestione dei conflitti è quindi una questione strategica.

Ma in cosa consiste un conflitto secondo Galtung? Sinteticamente si può definire come la somma di due elementi: la struttura e l’arena del conflitto. Gli elementi essenziali della struttura sono i soggetti – o attori sociali – e gli obiettivi che essi perseguono. L’idea di fondo è che il conflitto nasce perché gli attori perseguono obiettivi diversi e contrastanti. Ma ciò non basta: è necessario considerare anche l’arena del conflitto, cioè le azioni pratiche che compiono gli attori in una situazione di scarsità di risorse. Quest’ultima è una condizione essenziale per fare scaturire un conflitto, dal momento che le persone hanno spesso dei bisogni primari che sono comuni e ciò li spinge a contendersi la stessa risorsa. Eppure il sociologo norvegese sostiene che ogni conflitto può essere trattato con un approccio creativo o “trascendente”: questo modus operandi, a volte, permette di focalizzare che la risorsa contesa in realtà non è necessaria, o consente di ricavare dalla stessa risorsa due utilizzi differenti. Spesso, infatti, non si ha chiarezza del proprio bisogno e tanto meno di tutte le possibilità connesse alla sua soddisfazione. L’approccio creativo, dunque, non è semplicemente un compromesso o un negoziato, ma è un fare chiarezza sui conflitti per affinare una capacità esplorativa. La trascendenza, infatti, prevede una consapevolezza di se stessi e di ciò che succede per evitare la logica dell’attacco o della fuga. Non è quindi rinuncia né fusione di interessi, bensì è la creazione di una nuova idea nata e pensata da tutte le parti coinvolte, è la capacità di pensare insieme dei nuovi obiettivi e di generarli.

Immaginare insieme degli obiettivi altri – ha concluso la Tarsia – è certamente più faticoso e difficile rispetto all’individuazione di un compromesso, perché richiede esercizio e creatività, ma alla fine permette di raggiungere un risultato ottimale per tutti. L’approccio creativo è dunque uno stile di pensare, un modo di stare con gli altri e nella comunità che si acquisisce con l’esercizio e con l’abitudine.

 

Vittoria Modafferi

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