“Percorsi di cambiamento da Sud. Educare ad una cittadinanza responsabile”

“Percorsi di cambiamento da Sud”. Educare a una cittadinanza responsabile. Un titolo evocativo per un convegno pieno di sollecitazioni, sviluppate con puntualità e competenza dall’avvocato Francesca Panuccio durante il quarto incontro del corso di formazione politica organizzato dal centro “V. Rempicci” di Condofuri in collaborazione con l’Istituto “Monsignor Lanza” di Reggio.

Molti i punti toccati dal direttore dell’Istituto reggino di formazione politico sociale: dal concetto di cittadinanza al senso dell’impegno politico nella comunità locale, dall’esigenza educativa ai doveri e responsabilità collettive. La Panuccio ha ricordato che per acquisire una cittadinanza responsabile bisogna comprendere cosa significa essere portatori di diritti e di doveri. Ma la stessa cittadinanza la si capisce facendo  riferimento ad un concetto che le dà senso e fondamento, e cioè il radicamento sul territorio. «Solo chi risiede stabilmente in un territorio appartiene a quel luogo  e matura il senso della cittadinanza. Cittadino è colui che è radicato in un territorio e conosce un catalogo di diritti che corrispondono a prestazioni minime, come la scuola e le occasioni di incontro – sul piano individuale; o la manutenzione delle strade, l’illuminazione, la pubblica sicurezza – sul  piano collettivo. Accanto ai diritti esistono dei doveri essenziali che fanno parte del cittadino responsabile desideroso di crescere nel territorio e di dare risposte credibili: il dovere all’accoglienza, l’adempimento del proprio lavoro professionale o casalingo, la denuncia di situazioni intollerabili come la violenza e l’illegalità. E poi il dovere alla partecipazione a cui nessuno dovrebbe sottrarsi,  impegnandosi a far acquisire nell’altro la consapevolezza che la partecipazione di ognuno è indispensabile».

Le due dimensioni di cittadinanza e appartenenza – ha proseguito la Panuccio – portano con sé l’elemento della responsabilità personale e collettiva. «Se le responsabilità personali sono acquisite e vissute, bisogna ancora lavorare molto nella direzione delle responsabilità collettive. Crescere, ad esempio nelle competenze professionali, essere un soggetto attivo degli e per gli altri. Ma anche imparare a vivere in uno spirito di accoglienza e di solidarietà, facendo un uso moderato dei beni per offrire e garantire giuste occasioni di esistenza per tutti. Avere comportamenti e stili di vita improntati alla moderazione e alla sobrietà, diventando testimoni credibili. E qui il pensiero corre alla scuola e alla famiglia, luoghi in cui si apprende a vivere relazioni fondate sul rispetto dei diritti e dei doveri, e si impara l’impegno della testimonianza con la vita. Infine, maturare nelle responsabilità collettive significa educare alla convivenza democratica e alla partecipazione come atteggiamento di relazione, fare affiorare la coscienza critica».

La Panuccio poi si è soffermata sul termine politica, riportando le definizioni proposte da due pontefici. Paolo VI, in particolare, affermava che “la politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri”. «Quanto sembra distante questa espressione dalla realtà che viviamo! – ha esclamato la Panuccio. Sembra solo un’utopia. Parole come bene comune, solidarietà e servizio compaiono solo nei discorsi di presentazione dei programmi politici. Sono termini usati e abusati che poi non trovano applicazione concreta».

Giovanni Paolo II parla, invece, di politica come “arte nobile e difficile”, come una prassi «che non si impara in una scuola ma si apprende vivendola, e accettando anche la solitudine dell’impegno e l’impopolarità. Un impegno che possiamo costruire partendo dalla realtà di tutti i giorni, restando con i piedi ben piantati in terra, senza tuttavia rinunciare a credere nei sogni. La parola arte ci suggerisce, inoltre, di avere fantasia, di avvicinarci a una persona facendoci carico della sua storia, prendendoci cura di lei in modo responsabile. Il termine nobile, invece, si riferisce al fine, che è quello di far camminare una persona con le proprie gambe, di fornirle occasioni che l’aiutino a procedere da sola. Arte nobile e difficile, quindi, che richiede – come insegna la dottrina sociale della chiesa – di saper vivere nella conflittualità, contemperando l’accoglienza e il rifiuto, il rispetto e la lotta. Bisogna imparare quest’arte vivendo la dimensione della lotta ma con metodi nonviolenti, trovando delle regole che non sono assolute e vanno quindi continuamente rimesse in discussione. Il credente, dunque, prendendo coscienza dell’autonomia della politica, deve sottrarsi alla tentazione di fuggire dal dialogo e di non rispettare le diversità culturali. Spesso si cerca di ridurre il messaggio cristiano ad un’ideologia sociale, e si tenta di fare della comunità cristiana una comunità impegnata in senso antropologico nella liberazione dell’uomo. Ma al cristiano non è richiesto ciò: egli deve stare nella piazza, deve scendere nell’agorà ed essere capace di mediazione culturale, vincendo così la diffidenza che è uno dei mali più diffusi».

Se l’autorità politica – ha concluso la Panuccio – è necessaria per i compiti che le sono stati attribuiti ed è componente preziosa della società civile, tuttavia non può sostituirsi alla libera attività dei singoli e dei gruppi. Autorità politica e gruppi devono arrivare alla tutela dell’indipendenza dei soggetti individuali e sociali nella realizzazione del bene comune. E ciò vale per tutte le autorità politiche, per i singoli amministratori che devono essere al servizio della crescita umana e personale di ognuno.

Il cittadino, dal canto suo, deve maturare nella rappresentanza, nell’impegno, nel cercare soluzioni ai problemi senza conseguire vantaggi personali, ma dando voce a chi non ha voce. Perché i più deboli, gli ultimi, hanno bisogno di avere accanto un cittadino responsabile.

 

Vittoria Modafferi

 

 

 

 

 

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