Politiche di smart city. Partecipazione dei cittadini all’uso dei beni comuni e sviluppo economico e sociale

Una via possibile per superare la crisi? Sono le “smart cities”. Ovvero le “città intelligenti”, che reinventano se stesse, che dialogano con i cittadini, che cercano e realizzano miglioramenti nell’offerta di servizi. Percorrere questa strada, insieme a quella della creazione d’impresa, significa ricominciare a produrre ricchezza.

Ne è convinto Domenico Nicolò – docente di Economia all’Università Mediterranea – che durante una lezione all’Istituto di formazione politica “Mons. Lanza” ha illustrato problemi e criticità del nostro Paese, indicando i possibili espedienti per far ripartire l’economia.

Il docente ha sottolineato come la crisi abbia messo in ginocchio anche gli enti locali, che spesso sono privi di risorse per erogare i servizi essenziali, quali la viabilità, la manutenzione delle strade, la raccolta dei rifiuti ecc. Inoltre agli enti territoriali viene chiesto un contributo allo sviluppo economico, attraverso adeguate politiche dell’occupazione.

Infatti sono considerati soggetti che possono lavorare per creare sviluppo sociale e quindi economico. Ma in periodo di ristrettezze finanziarie, non riescono pienamente ad assicurare i servizi che spetta loro offrire ai cittadini, né a finanziare le politiche di sviluppo che stimolerebbero la domanda e aiuterebbero ad uscire dalla crisi. Quindi non solo la domanda di lavoro ma anche la fornitura di beni e servizi rischia di non trovare risposte.

Eppure – sostiene il prof. Nicolò – queste due esigenze possono avere una soluzione, certamente non basata sulla disponibilità economica che è davvero esigua. La via per affrontare questi problemi, allora, può venire dalla smart city, dalla “città intelligente” che si interroga su come fornire beni e servizi ai cittadini, e farlo in modo efficace, economico ed efficiente. È una città che cerca e realizza sistemi intelligenti per migliorare i servizi, per sostituire quelli vecchi con altri nuovi mettendoli a disposizione di tutti. Anche delle imprese che intendono investire sul territorio. Una città che volesse essere smart, in Italia e in questo momento storico, non avrebbe capitali a sufficienza, ma potrebbe consegnare in comodato d’uso a privati o associazioni il proprio patrimonio immobiliare. Spesso i comuni, infatti, possiedono risorse edilizie inutilizzate o terreni abbandonati, che non sono nemmeno facilmente alienabili. La tentazione più ricorrente è appunto vendere questo patrimonio per fare cassa, ma questa soluzione non appianerebbe i debiti. Perché se il problema finanziario è strutturale, l’indebitamento si riproporrebbe, assottigliando il patrimonio. Quindi sarebbe più opportuno concedere edifici o locali inutilizzati a giovani che vorrebbero incontrarsi per pensare e ideare insieme un progetto, che può successivamente concretizzarsi nella nascita di un’impresa. Il patrimonio immobiliare potrebbe essere usato come via per stimolare l’imprenditorialità. Questo è il contributo che gli enti locali possono dare in periodo di carenza di risorse, aiutando chi ha idee ma è privo di mezzi finanziari.

Non dimentichiamo – ha chiosato Nicolò – che solo se si mettono insieme dei giovani a pensare e a collaborare per un progetto, nascono i presupposti per avviare lo sviluppo. E soltanto se si creano imprese innovative si torna a produrre ricchezza, a far crescere il PIL e avere quindi le risorse necessarie per soddisfare i bisogni dei cittadini. La creazione d’impresa sembra al momento l’unica via per superare la crisi, per creare ricchezza. Ma è necessario che tutta la gente lavori, inverta una tendenza e capisca che non si può solo consumare, bisogna anche produrre. E ciò vale soprattutto nel nostro territorio, dove l’avvio di attività produttive significherebbe allontanare i giovani dal bisogno che li spinge, invece, nelle braccia della criminalità organizzata. Inoltre se un Paese non accoglie e valorizza le qualità dei suoi migliori talenti, ne deriva un impoverimento e una incapacità di creare ricchezza che, oggi più che mai, si produce tramite la conoscenza, l’innovazione,  la creatività. Se in Italia restano solo coloro che non hanno grandi meriti e si perdono le migliori risorse come si costruisce il futuro della nazione?

Uno dei problemi attuali – ha proseguito il docente – è che nel nostro Paese il merito non sempre viene premiato. A questa difficoltà va ad aggiungersi la continua e sistematica produzione di leggi e regolamenti, che, insieme agli sterili adempimenti burocratici, costituiscono PIL e ricchezza distrutti. In Italia si sprecano tempo e lavoro per produrre carte, spesso inutili. Certo, le regole sono importanti e necessarie, però un loro eccesso rallenta e scoraggia chi vuole operare sul territorio. L’abbondanza di regolamentazione, apparentemente causata dalla necessità di tutelare i diritti – che invece ne sono mortificati – è la trappola in cui siamo caduti. Solo la delegificazione e la semplificazione potrebbero salvare l’Italia, perché sciupare tempo in inutili adempimenti burocratici fa perdere competitività economica alle imprese.

Quindi – ha concluso il prof. Nicolò – ciò che serve ad un Paese attualmente sfiancato e avvilito è una rivoluzione culturale, che si può intraprendere attraverso la formazione, la ricerca, l’innovazione, la creatività. Costruire una civiltà basata sul merito, puntare sui talenti, sull’operosità, usare le risorse a disposizione per fare impresa e non per creare assistenza: questa è l’unica speranza per uscire dal tunnel.

Vittoria Modafferi

 

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