Spes contra spem. Il diritto, la galera e la speranza

Sono stati da poco pubblicati – editore Reality Book – gli atti dell’ottavo congresso dell’Associazione Radicale Nessuno Tocchi Caino che si sono svolti nel dicembre 2019 presso il Carcere milanese di Opera.

La “nonviolenza” è stata la l’impronta spirituale emergente da tutti gli interventi dei relatori – molti detenuti della stessa struttura – tutti ad evidenziare come i “fini”, anche quelli nobili, sono pregiudicati dai mezzi, perché sono solo questi che li determinano concretamente, svelandone – troppo spesso nelle nostre carceri – le pulsioni repressive e, dunque, violente.

È capitato così, ad esempio, al detenuto Francesco Di Dio, ergastolano senza speranza di benefici che è riuscito ad uscire dalla cella – dopo trenta anni di reclusione – solo morendo per malattia di carcere (per malattia amplificata dal carcere nel quale le cure sono, spesso, negate), evadendo, quindi, nell’unico modo possibile – la morte fisica – per la sua coscienza e umanità maturata e mutata (senza che all’autorità importasse alcunché) nel corso di una vita perduta dietro le sbarre.

Esiste, infatti, in Italia – nel 2020 !! – l’ergastolo ostativo, la pena illiberale di una presunzione assoluta di pericolosità sociale, la fattispecie propria di un ordinamento penitenziario che presume l’irrealtà dell’immutabilità del condannato, una cristallizzazione conservatrice nemica del vero, dell’esperienza di tutti noi.

Sono dovute intervenire, nel 2019, contro il legislatore, le Alte Corti, quella di Strasburgo e la nostra Corte costituzionale, per tentare un ritorno alla realtà, al buon senso, per riaffermare un principio di verità;

lo stesso ribadito più volte, ad esempio, dalla filosofa perseguitata Agnes Heller nel suo percorso esistenziale da cittadina ungherese, europea, vessata e tormentata da tante, troppe, ragion di Stato (prima quella nazista, poi la sovietica, da ultimo quella di Orban): è la contingenza il paradigma della modernità: il rischio e, allo stesso tempo, la speranza di una mutazione spirituale, di un sempre possibile salto etico che giunge alla affermazione della “bellezza della persona buona”, alla rappresentazione e alla valutazione vitale di un percorso, di una evoluzione nonviolenta che salva l’individuo, che salva il mondo

Tutto ciò, evidentemente, cozza con l’esclusione – automatica – dal beneficio dei permessi premio – senza alcuna valutazione giudiziale nello specifico, nel merito – derivante dal fatto che il condannato non collabori con la “Giustizia” come i pubblici poteri vorrebbero.

La “non collaborazione”, ci dice la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non implica inevitabilmente che il recluso non si sia redento dei suoi atti, che sia ancora in contatto con le organizzazioni mafiose, e che rappresenti dunque una minaccia per la Società.

La Corte afferma, infatti, che la non collaborazione può dipendere da altri fattori, come per esempio il timore di mettere in pericolo la vita dei propri cari.

Al contrario, dunque, da quanto fino ad ora presunto dallo Stato italiano, la decisione se collaborare o meno, non è totalmente libera, non è vera scelta esistenziale moralmente inconcussa ma è spesso eterodiretta, vincolata ad una esigenza di tutela di altri.

Tutto è rimandato, quindi, alla valutazione del caso concreto.

L’ergastolo ostativo, come le ispezioni anali, pratiche e grammatiche ancora presenti nel nostro ordinamento, occorre ricordarlo, sono premoderni: sono la fissità di una tradizione crudele e ostile all’uomo; tanto ostile a Caino quanto all’Abele che troppe volte rischia di entrare in carcere.

Spes contra spem, dopo il Congresso di Opera, compare nel logo di Nessuno Tocchi Caino: la fede di sperare contro ogni speranza, un motto tratto dalla Lettera ai Romani di San Paolo, tradotto da Marco Pannella – nello Spirito – come una ontologia fattiva, un’incarnazione propositiva e priva di resa contro la passività sterile della “cosa sperata”, di un’oggettività improduttiva che si infrange come destino ineluttabile senza la nostra partecipazione creatrice, creatrice anche della fede, della stessa divinità in Noi.

Siamo noi, dunque, Speranza: anche gli ergastolani sono speranza se riescono, come quelli di Opera, a tramutare la disperazione dei morti viventi in impegno politico e sociale per il progresso morale e giuridico della Nazione, anche dentro la cella, come da un monastero laico di sofferenza e condanna che ci inchioda alle nostre responsabilità civili, alla bontà della battaglia inesausta per l’affermazione dello stato di diritto contro l’abuso di Stato.

D’altra parte, già Hannah Arendt, lo ha sempre rimarcato nei suoi scritti: ogni automatismo chiuso alla Singolarità rappresenta, perché disumano, la “banalità del male”.

La banalità burocratica e ottusa di meccanismi lineari e ciechi alle differenti posizioni degli individui reclusi; differenze che dovrebbero sempre meritare, invece, attenzione distinta. Automatismi che affermano come l’uomo sia “per la morte”, vittima “originaria” di un destino irrecuperabile.

L’uomo, in realtà, è “per l’inizio”: la nascita e la rinascita sono sempre possibili, solo così – nella Promessa e nel Perdono – il mondo si struttura come antagonista all’evoluzione ctonia della Natura, contro il meccanicismo (troppo spesso irresponsabile) di un dio morale – lo Stato – che ancora oggi, in Italia, ad esempio, nega valore alla coscienza, al lavoro interiore, al processo di mutamento che merita attenzione e che non può essere rigettato solo perché non si è aderito ad una qualche forma di collaborazione processuale, giudiziaria – che pure è importante – ma che nulla ci dice davvero sull’evoluzione della persona e che non può sostenere un parametro assoluto di pericolosità sociale anche se, magari, si è in cella da trent’anni con il diabete e le dita dei piedi amputati.

Il cambiamento delle coscienze è vita ci dice il Congresso di Opera: e Nessuno Tocchi Caino si riconferma tale nel prendere ancora parte per la responsabilità personale – altro che tutti liberi per partito preso!! – perché solo partendo dalla responsabilità, solo riconoscendo qualità a percorsi seri di recupero e lavoro (interiore ed esterno) si può discriminare davvero tra mutamento e ottusità, non, di certo, limitandosi a verificare una formale e strumentale dissociazione processuale.

E tutto questo, ovviamente, può e deve essere stimato caso per caso, con attenzione e studio, e non lasciato al dispositivo di una presunzione legale assoluta.

La cristallizzazione sul fatto, impedisce vera responsabilizzazione, interrompe un vero e genuino recupero sociale, un recupero alla civiltà che non può e non deve svolgersi esclusivamente all’interno di un edificio di pena, ma che deve coinvolgere la società dei liberi, mostrare ai carcerati un “oltre”, una via possibile di libertà, contro un “destino” ereditato e segnato dalle proprie condizioni familiari, dalla propria “origine”, da uno stigma che il giustizialismo non fa che esasperare e trasmettere, nell’odio, da padre in figlio, senza speranza dunque.

Questo è stato, quindi, il congresso di Opera: un inno alla responsabilità individuale, alla coscienza, al cambiamento, al diritto mite, ai benefici carcerari esperiti come occasione di nuova vita, di salvezza sociale, comune: non c’è facile assoluzione ad Opera, non si assolvono gli stessi carcerati intervenuti, non gridano l’innocenza di Abele ma il tormento di un Caino in movimento, di quel Caino che Dio protegge dalle mani degli uomini (Genesi 4,15).

Lo ha dimostrato il sindaco Stefano Castellino, sindaco di Palma di Montechiaro, vittima di mafia, che proprio ad Opera, di fronte agli aguzzini della sua famiglia, ha saputo dialogare con i carnefici proponendo, appunto, la rinascita, la risurrezione interiore, e non una dissociazione/oblio di responsabilità e futuro, davvero impossibile per un passato che pesa e che sempre peserà ma che può essere utilizzato come slancio “nuovo”, solo se lo si libera dal dispositivo ottuso di una pena di morte lenta, differita, lasciata all’esecuzione delle tante malattie di carcere, alla tortura del decadimento senza cure efficaci, al cancro dell’assenza di diritti e dell’articolazione altrui – Sovrana – dei propri bisogni, dei bisogni di un individuo diminuito per sempre.

Le sentenze delle Alte Corti fin qui intervenute, al di là della stretta applicabilità su questo o quel beneficio penitenziario, affermano una cosa precisa: non può esistere una proibizione automatica a un percorso di risocializzazione!

Questo, tutto questo – battaglie, congressi, pronunce, sentenze e reazioni -provocano il mondo liberale, la sinistra, gli istinti riformistici e personalistici di tanti democratici: la destra eversiva e giustizialista, ben strutturata in Italia e “simulata” nelle diverse offerte politiche, si presenta sempre di più, invece, con le fattezze truci di una statolatria feroce, di un ordine imposto senza pietà e duro, solo e comunque esercitato contro i deboli, contro le forme emergenti e “facili” di un “male” che ha più profonde origini.

E questa visione, questa radicalità del cappio e delle chiavi metaforicamente gettate lontano da ogni speranza di respiro e vita, si accompagna ad una macchia sociale sempre più forte che colpisce non solo i singoli, gli emarginati, i violenti per assenza di alternativa, ma anche interi territori: i calabresi, i siciliani, i meridionali; una fatalità di gruppo e del “paese” (pensiamo a San Luca o a Platì), di una territorialità rappresentata come irredimibile, contro cui va scatenata la forza di un Diritto tramutato in “diritto di guerra”, di rappresaglia, di vendetta.

Ed ha ragione Gioacchino Criaco, lo scrittore di “Anime Nere”, pure lui intervenuto ad Opera: da bambino, ad Africo, in Calabria, sapeva già riconoscere i “destinati”, tra i giochi, poteva già profetizzare una vita già segnata da Stato e da Antistato: “tu omicida, tu guardia, tu indifferente, tu Abele, tu Caino”. La profezia dell’automatismo, quindi, che è divenuta realtà del carcere italiano, lasciato all’affollamento di tortura e al destino di morte.

Pensare e lottare affinché il “mondo” – al contrario – si strutturi e si regga sulle “parole” vissute che intercettano i valori universali dell’umanità, questo è emerso ad Opera!

E questo ha davvero il tono dell’afflato religioso! Senza questo misticismo concretissimo siamo perduti ed è lo stesso misticismo “radicale” che era vivo in Marco Pannella: quel suo credere in “Altro” – rispetto alla violenza del presente, del carcere, della proibizione, del clericalismo di potere – che cambia la realtà e la migliora, tenendo alta la fiaccola della Persona e dei suoi diritti.

Per tutto questo, quindi, il Congresso di Opera (il congresso di Nessuno Tocchi Caino) è stato speciale, davvero il lavoro svolto da questa specialissima Associazione ha in qualche modo inciso, ispirando e motivando la giurisprudenza delle Alte Corti! Non si può – dobbiamo ribadirlo – inchiodare un uomo ad un “fatto”, non si può presumere l’immobilità della coscienza, non si può costringere la libertà per sempre, negandole sviluppo e opportunità solo per i bisogni del Potere; magari di un Potere fortemente motivato nei suoi buoni propositi e fini e, proprio per questo, non meno pericoloso nella sua assolutezza.

 

Enzo Musolino