“Tecniche di comunicazione e messaggio “ sociale” della religione

 

Quante volte nella “comunicazione” in un gruppo, anche di volontariato, diamo per scontato che l’altro ci capisca e crediamo che la nostra comunicazione sia efficace? E quante volte siamo così “schiacciati” dalle cose da fare, che non diamo rilievo al confronto e al dialogo o anche al semplice silenzio?

Pensare, invece, al modo in cui si sta dentro la relazione quando si è operatori sociali o animatori, è questione importante, sulla quale si è incentrata la lezione svolta all’Istituto di formazione politica “Mons. Lanza” da Tiziana Tarsia, contrattista di Metodi e tecniche di servizio sociale all’Università di Messina ed esperta nella formazione in ambito diocesano. L’incontro ha offerto spunti di riflessione sull’importanza delle relazioni sociali e della comunicazione intesa come interazione, lasciando molto spazio alle osservazioni e alla condivisione delle esperienze dei corsisti.

La docente ha precisato che la comunicazione possiede delle tecniche proprie ed è una sorta di equilibrio costante con regole precise, in cui ogni soggetto svolge un compito e deve assumersi la responsabilità di come sta nella relazione, e di come interagisce con l’altro. Infatti, se si comunica bene e in modo positivo si attiva un meccanismo virtuoso, mentre se si diventa aggressivi il risultato sarà una escalation che porterà ad un livello alto di violenza. È opportuno, dunque, sapere comunicare in maniera appropriata e responsabile. Per questo la docente ha richiamato l’idea di “confine” che può essere inteso sia come limes che come limen. Nella comunicazione può accadere di stare su un limes, cioè uno spazio limitato e ben definito, un recinto chiuso. Oppure si può stare su un limen, ovvero su un confine “poroso” dove è possibile contaminarsi, scambiandosi opinioni e comportamenti. Così inteso il margine diventa uno spazio dove possiamo sostare osservando, ascoltando e sopportando l’attesa.

Su questo punto – ha precisato la Tarsia – la relazione con l’altro è impegnativa, poiché rimanere nell’incertezza ci costa fatica; aspettare che l’altro finisca di comunicare e ci spieghi quello che voleva dire, ci mette in difficoltà. Ciò che condiziona le nostre interazioni e comunicazioni è la fretta, l’ansia anticipatoria, ovvero il bisogno di definire, di capire immediatamente ciò che l’altro dice, fa, o vuole da noi. Questa esigenza di classificare ci appartiene, è un bisogno di tenere sotto controllo la situazione e la comunicazione. Per avviare  una comunicazione efficace, invece, dovremmo stare al confine inteso come limen poroso, e aspettare per capire, perché non è possibile comprendere tutto subito, anche se questo ci piacerebbe molto. Quando comunichiamo diamo spesso per scontato che l’altro ci comprenda; invece capita che l’interlocutore capisca solo una parte del discorso, o filtri/travisi con il proprio vissuto ciò che abbiamo detto. Ecco perché sarebbe utile, nei gruppi e nelle comunità in cui si opera un servizio, che ci fossero degli incontri per fermarsi a riflettere “insieme” a dialogare.

Secondo T. Tarsia, per esperienza, nei gruppi da lei incontrati emerge spesso il problema della comunicazione e si avverte forte l’esigenza di migliorarne i canali e le tecniche. Non dimentichiamo – ha concluso la docente – che la capacità di stare in maniera competente e inclusiva nella relazione è una pratica che si può apprendere e da cui tutti possono trarre vantaggio.

 

Vittoria Modafferi

 

 

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