Il volontariato di fronte ai nuovi scenari educativi e alle nuove sfide

Chiamati a sé i dodici discepoli” Gesù disse loro:” Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date..”

(Matteo 10,8).

Il mondo del volontariato, recentemente definito un giacimento di valori e un capitale sociale, traduce e racchiude in sé molte sfaccettature di un unico fenomeno, oggi abusato o volutamente usato con dispregio e ironia.

Può essere allora opportuno provare a fare memoria per ricordare come è nato questo mondo del volontariato, che qualcuno ha recentemente definito un giacimento di valori, un capitale sociale.

Il fenomeno assurge all’attenzione del legislatore di fronte al continuo ripetersi del fallimento dell’attività di assistenza e solidarietà svolta dallo Stato. Intorno agli anni ’70 si comincia  a parlare  di persona a vocazione sociale.

 Il senatore Nicola Lipari si faceva portavoce in parlamento di alcune proposte di legge, relative a un fenomeno in emersione e veloce crescita, rilevando da subito come il volontario venga ricercato e valorizzato nel momento del bisogno,per poi essere messo da parte (l’espressione adoperata è “messo in un angolo”), nel momento in cui vuole far sentire la propria voce: nel giro di pochi anni il fenomeno cresce, nasce una legislazione regionale in tutta Italia, che partendo da un’attenta lettura dei bisogni, individuava alcune possibili linee di regolamentazione,legate a esigenze territoriali,per fare fronte ad emergenze sempre più evidenti e irrisolvibili senza l’appoggio del sistema  partecipativo.

Mancava ancora una legislazione quadro mentre  il fenomeno assumeva una  consistenza sociale, significativamente espressa nel modo seguente:”…il volontario viene assunto come fenomeno fattuale esistente; è un fatto tipicamente metagiuridico, ma non da riconoscere..”.

La legge dell’11 agosto 1991 n.266, titolata legge quadro sul volontariato, rappresenta perciò il primo  riconoscimento giuridico di un fenomeno ormai rilevante socialmente ( vi erano oltre 175 leggi regionali [1]), al punto da non potere più  essere ignorato dal legislatore[2] , mentre  subisce una prima evoluzione interna:  si passa da una fase di opposizione a una fase di progettualità, in cui le organizzazioni di  volontariato svolgono attività di rilievo autonome insieme a un’attività di programmazione.

Trent’anni fa il cercatore di arcobaleni, (così è stato  definito recentemente il Prof. Tavazza), leggendo la realtà dei bisogni, ne ricavava una definizione di volontario che rimane una pietra miliare nell’universo del mondo non profit, riportata da tutti i dizionari.

Volontario è un cittadino che liberamente, non in esecuzione di specifici obblighi morali o giuridici, ispira la sua vita nel pubblico e nel privato a fini di solidarietà. Adempiuti cioè i suoi doveri di stato (famiglia, professioni ecc.) e quelli civili (vita amministrativa, politica sindacale) pone sé stesso  a gratuita dispostone della comunità. Egli impegna le sue capacità, i suoi mezzi, il suo tempo in risposta creativa  ad ogni tipo di bisogni emergenti prioritariamente dai cittadini del suo tempo. Ciò attraverso un impegno continuativo di preparazione di servizio e di intervento a livello individuale o preferibilmente di gruppo, evitando ogni inutile parallelismo con l’attività di Stato[3]. E’ evidente che si tratta comunque di una formula,in quanto tale   riduttiva e riassuntiva, che non può contenere del tutto  il programma di vita e la sua ricchezza  e che nulla toglie alla creatività del volontario, persona,che come sapete può divenire anche donatore di tempo(Card-Martini),o apostolo (..”gratuitamente avete ricevuto,gratuitamente date…).

Il manifesto dei volontari del 1976, di cui ci scrive Wilson riassumeva così i valori che ispirano questo tipo di risorsa:-ho bisogno di un senso di appartenenza. Di sentirmi desiderato internamente,non soltanto per le mie mani, né perché sono bravo a prendere ordini;ho bisogno di condividere la programmazione dei nostri obiettivi; ho bisogno di sentire che i risultati e gli obiettivi raggiunti abbiano un senso per me; ho bisogno di sentire che ciò che faccio ha degli scopi reali oppure contribuisce al benessere umano; ho bisogno di condividere la predisposizione delle regole con le quali noi vivremo e lavoreremo per raggiungere i nostri risultati; ho bisogno di conoscere in dettaglio che cosa ci si aspetta da me;ho bisogno di avere delle responsabilità che abbiano un senso di sfida; ho bisogno di vedere i progressi compiuti verso i risultati che abbiamo determinato; ho bisogno di essere tenuto informato;ho bisogno di avere fiducia nei responsabili.

Questi appena elencati e che alcuni economisti[4] definiscono  le motivazioni della risorsa del volontario, appaiono “riduttivi”, appunto solo  “economici”, in minima parte riconducibili alle motivazioni che  (mi ) hanno fatto crescere dal 1991 ad oggi, intere generazioni.

E tuttavia se ci si ferma a riflettere, se ognuno  pensa alla propria spinta motivazionale iniziale, ci si troverebbe  probabilmente tutti d’accordo, nell’evidenziare che in ogni individuo c’è un bisogno insoddisfatto, che  spinge “fuori”, a ricercare una soddisfazione a qualcosa che manca in manie  radicale dentro la propria vita, e che richiede  totale spirito di libertà o di indipendenza .

Dunque la prima molla è il bisogno, che però si esaurisce ben presto, perché con queste premesse, in genere restando non esaudito secondo personali aspettative si trasforma in  insoddisfazione e porta ad abbandonare ciò che si è  appena iniziato, traducendosi cosa ben più grave, in “tradimento” per l’altro, per colui che  ha iniziato a credere,forse a sperare. Si potrà incorrere  cioè in un doppio fallimento: non ho soddisfatto il mio bisogno; e cosa ben più grave: chi ha creduto in me è portato a pensare che anche questa è l’ennesima fregatura.

Quante volte parlandone con i più giovani, che sono molto più schietti e diretti rispetto al mondo  adulto,  resta dentro un senso di incapacità e di malinconia, per non essere stati capaci di trasmettere e di testimoniare la bellezza di un mondo diverso, appunto per non avere saputo disegnare un arcobaleno.

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Si può allora provare a ripensare le motivazioni alla partecipazione e  a cosa significa oggi rimanere nell’ ”attività” di volontariato, tenendo presenti gli  scenari attuali, in cui si muove il fenomeno volontariato.  Può aiutare in questo percorso partire  dalla memoria normativa del fenomeno.

Il fenomeno del volontariato esprime- in una dimensione  iniziale – la consapevolezza dell’esistenza di una situazione di bisogno collettivo, cui dovrebbe provvedere l’organo pubblico (cioè lo Stato) e che da origine a interventi privati, spontanei o offerti, o richiesti.

Si instaurano così di necessità, rapporti con l’ente pubblico favorendo l’incontro tra privato e pubblico. E’ il periodo in cui preso atto della crisi del Welfare state,sulle ceneri dello stesso si ricomincia a costruire un percorso che tenga conto delle esigenze e della promozione della persona.

La rivisitazione degli strumenti che hanno consentito nel nostro ordinamento forme di  partecipazione dei cittadini, proprie degli anni settanta (quali referendum, consultazioni popolari),mostravano i propri limiti.

La legge di riforma delle autonomie locali( legge 8 giugno 1990 n.241) si  inseriva nel percorso di ricostruzione del rapporto cittadino /stato, privato pubblico, attribuendo a Comuni, Province e Comunità montane il potere dovere di individuare mezzi e modi della partecipazione popolare alle scelte politiche ed amministrative[5].Dunque il rafforzamento della democrazia partecipativa si spostava sul rafforzamento degli strumenti di proposizione e di controllo sulla decisione. La partecipazione assume cioè così il ruolo di strumento di verifica di congruità fra le scelte compiute e le esigenze collettive e cambiano gli strumenti attraverso cui si realizza, divenendo cogestione di interessi(consulte), garanzia del privato( accesso agii atti) ,controllo sugli organi deliberanti(forme associative libere).

I caratteri dunque del fenomeno  volontariato, per come emergono oggi dalla legge n. 266/91 e come si sono andati via via consolidando sono: supporto non sostituzione dell’attività pubblica, carattere della democraticità, l’elemento teleologico, i rapporti con le istituzioni, e  mezzi  di controllo in dipendenza delle erogazioni e degli incentivi. Ad ognuno di essi è sottintesa una serie di valori costituzionali, espressione dei principi della sussidiarietà e della solidarietà nei confronti di chi vive situazioni di bisogno. Questi due termini solidarietà e sussidiarietà meritano almeno un accenno,nell’economia del presente lavoro, per segnalare la differente evoluzione degli sessi e come incidono nel fenomeno letto nella sua complessità e globalità. Mentre infatti il concetto di solidarietà è contenuto ed espresso nella costituzione sin dalla sua entrata in vigore (nel 1948), negli articoli  2 e 3, il patrimonio di contenuto del concetto di sussidiarietà ha avuto ingresso nella Costituzione solo dopo la riforma del titolo V, che risale al 2001, dopo essere stata a lungo un criterio di organizzazione dei livelli di governo:il riferimento cioè è alle autonomie locali nelle istituzioni. Diverso è lo spazio che nella Dottrina sociale della Chiesa si ritrova con riferimento ad entrambi i principi di sussidiarietà e solidarietà.

Dalla Quadragesimo anno,che per la prima volta parla di sussidiarietà, che diventerà una costante permanente della dottrina sociale[6], si legge nella copiosa produzione dei pontefici,un costante riferimento ai danni che il non rispetto dei principi di solidarietà e collaborazione può determinare[7] e a quale possa e debba essere il cammino che esalta la dignità e lo sviluppo integrale dell’uomo.

Ritornando alla prospettiva giuridica  la legge n.266 del 1991  ha consentito da subito di fare chiarezza, eliminando zone d’ombra e ambiguità legate allo spontaneismo del fenomeno. Si riesce infatti dalla semplice lettura delle norme,  a delimitare e ricavare l’ambito di quello che il volontariato non è e non può essere: (e cioè non può dare vita a  un rapporto contrattuale o di natura pubblica, né oneroso, non con scopi di lucro, non utilizzabile come criterio preferenziale nei concorsi…).

L’attività di volontariato è dunque il contenuto di un diritto inviolabile di libertà, priva di fini di lucro, anche indiretto, svolta  esclusivamente per fini di solidarietà sociale i cui caratteri sono la personalità della prestazione, la spontaneità,la gratuità, lo svolgimento dell’attività tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte ( così si legge nell’art.2, III co. legge 266/1991). Particolare attenzione va riservata all’elemento teleologico dell’attività, e cioè l’assenza di finalità  lucrative, che consente di differenziare il fenomeno in modo chiaro  dalle cooperative a fini sociali. La gratuità cioè l’assenza di lucro  vale a distinguere un’attività che non può in alcun modo ricondursi a un rapporto di lavoro subordinato oneroso,  che non può cioè e non deve confondersi con il rapporto di lavoro tout court [8]. E che fosse necessario chiarire ed eliminare definitivamente l’equivoco è dimostrato dal fatto che i casi su cui la giurisprudenza è stata chiamata a pronunciarsi precedentemente alla emanazione della legge quadro, riguardavano prestazioni di lavoro nate spontaneamente come offerta gratuita e poi trasformatesi in onerose per l’ente di appartenenza, o che avrebbero voluto trasformarsi come tali, al momento della cessazione del rapporto.  Non è stata però ritenuta sufficiente l’assenza di retribuzione e di finalità lucrative, perchè il fenomeno si qualifichi come volontariato. L’esperienza concreta conosce vari tipi di attività gratuita, in cui il lavoratore esplica volontariamente delle prestazioni nel suo interesse, senza che le stesse possano definirsi volontariato (si pensi al neolaureato che svolge praticantato presso uno studio legale). Occorre che tra i requisiti della fattispecie si riscontri la assenza di scopi egoistici e  la spontaneità.

Inoltre avere statuito che il rapporto di volontariato individuale è escluso  dalla previsione della legge –quadro è servito a configurare ancora meglio l’impossibilità di confondere l’attività con altre forme lavorative,sottolineandone la assoluta singolarità.( si legge nell’art.2 ,III co…..  la qualità di volontario  è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo o con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte ). 

Nella ricostruzione socio-astorica del fenomeno un passaggio importante è  rappresentato  dalla tipizzazione  delle organizzazioni di  volontariato, che in quanto espressione di valori ,di servizi , di arricchimento personale, di partecipazione democratica, si è andato via via arricchendo con numerose e differenti classificazioni (si pensi per tutte alle associazioni culturali,sportive, umanitarie), che hanno raggiunto uno sviluppo qualitativo e  quantitativo tale, che non poteva lasciare indifferente il legislatore.

La legge 266/91 che ha tra i suoi caratteri la gratuità, il servizio e la professionalità, è stata quasi subito sottoposta al vaglio di costituzionalità. La Corte costituzionale è stata chiamata infatti  a pronunziarsi sulla legittimità di alcuni articoli e riconfermando il valore sociale del volontariato, attraverso i principi di solidarietà,assistenza  e partecipazione ha dato legittimo e definitivo ingresso alla 266 del 1991 nel nostro ordinamento,confermandone la piena validità[9].

Contemporaneamente si  è assistito ad una enorme estensione del fenomeno, allo  sviluppo e al  collegamento con nuove realtà, sino al decreto di riordino delle Onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale). Così di seguito il nostro legislatore ha emanato la legge 8.11.1991 n. 381 sulle cooperative sociali, che hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini (art1, co.I) e possono avvalersi a tal fine,della presenza dei soci volontari che prestino la loro attività gratuitamente (art 2, co. 2).

Il DLgs 4.12.1997 n. 460 contenente il riordino della disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle Onlus, che all’art 10 co.8 prevede la qualificazione delle organizzazioni di volontariato,di diritto onlus.

Ancora la legge 7.12.2000 n. 383 che ha disciplinato le associazioni di promozione sociale le quali, costituite la fine di svolgere attività di utilità sociale a favore di associati o di terzi senza finalità di lucro(art 2 I co.), si avvalgono prevalentemente delle attività prestate in forma volontaria, libera e gratuita dai propri associati, per il perseguimento di fini costituzionali (art.18 I co).

Nel 2004 si assiste alla presentazione di un nuovo disegno di legge di riforma, preceduto da una bozza di revisione. Si rileva come vi sia una mancanza di omogeneità fra le varie normative, a differenza della disciplina fiscale.

Uno dei nodi centrali del disegno di legge (di riforma) è la questione del finanziamento del volontariato[10]. E’ noto infatti come lo strumento principale, utile per la vita della  maggior parte delle organizzazioni  di volontariato è la convenzione con gli enti pubblici, che consente alle stesse di fornire le prestazioni per i beneficiari, senza altro obbligo  se non quello della continuità e della efficacia della prestazione. La convenzione tuttavia col tempo è divenuta per gli enti a volte il modo per vincolare e asservire le organizzazioni di volontariato a volontà politiche e a fini, che esulano da quelli previsti negli statuti, rendendoli meno trasparenti  e “profetici” ,nel senso evangelico del termine, quanto all’annuncio. In tal senso per mantenere la gratuità dell’organizzazione, si suggerisce che il rapporto si consolidi sula fornitura di strumenti, quali ad esempio la struttura o beni necessari (farmaci, prestazioni caratterizzanti ) che non snaturino l’ente.

Alcune considerazioni nate dalla lettura di numerosi testi non necessariamente giuridici, a confermare  la interdisciplinarietà del fenomeno suggeriscono  sottolineature importanti e consentono di giungere ad  alcune sintesi, che potrebbero diventare ambiti di percorso nuovi.

1)Il riflesso sociale è stata la nascita del terzo settore, indicato dai sociologi come un’ entità sociale differente (nelle tipologie più note vi rientrano le organizzazioni di volontariato, le cooperative sociali, le associazioni parasociali, le associazioni familiare, le fondazioni parasociali), entità sociali differenti, nelle quali vengono attivati meccanismi stabili  di solidarietà fondati sulla reciprocità che si estendono ad ambiti più ampi del sterzo settore, pur prendendo spazio in esso. E’ una concezione attiva della solidarietà intesa come elemento che responsabilizza i soggetti e li mobilita quelli almeno alla base del terzo settore.

2) Il terzo settore nelle sue diverse articolazioni organizzative produce un bene comune particolare che  è  il bene relazionale, intendendosi con tale espressione  qualsiasi bene o servizio che per essere prodotto e fruito richiede la collaborazione tra chi offre e chi lo riceva.

3) Il terzo settore si caratterizza  per la assenza di fini di lucro identificata con l’espressione non profit attribuita alle organizzazioni che vi fanno parte. Tale espressone viene altresì riferita alla società svolta da soggetti  di terzo settore, mentre il fine è costituito dalla pubblica utilità.

La sintesi che si  può trarre è: il fenomeno volontariato è dinamico, difficilmente governabile con definizioni che lo bloccano o tentano di delimitarne gli ambiti. Gli scenari in cui oggi il fenomeno si colloca, le sfide che deve affrontare si chiamano crisi economica, precarietà dei diritti, emergenza educativa, criminalità padrona,immigrazione.

Sono sfide impegnative che richiedono risposte grandi, in cui è importante il recupero dello spirito originario ,il rilancio del volontariato gratuito ( che è e rimane assenza di profitto, di lucro), i servizi leggeri; l’  Advocacy e il  radicamento sociale: lavorare in piccolo e pensare in grande.

E’ ripensare a una dimensione politica e non riparativa, in cui il volontariato non sia supplente di carenze statali,ma recuperi la forza del libero parlare, creative nei fini e nelle modalità di svolgimento.

Due sottolineature appaiono importanti: la prima riguarda la gratuità del  servizio accompagnato dalla  professionalità: caratteri fondamentali che  un volontario deve avere. Queste dimensioni sono tra loro concatenate e inscindibili, nel senso  che la gratuità senza il servizio è ambigua, ma il servizio senza la professionalità è pensare di fare un’opera buona e caritatevole, che però non serve  a nessuno. Il mondo oggi più che mai ha bisogno di queste dimensioni di cura, ascolto, dono senza orologio, con passione e caparbietà,di fronte ai nuovi deboli e agli esclusi. Ha bisogno anche di riacquistare la voglia del libero parlare ,che da solo è espressione di credibilità.

Non sappiamo se vedremo i frutti del nuovo seminato, ma è certo che non possiamo restare a guardare i campi bruciare o produrre pizzo e usura, senza manifestare il nostro dissenso, senza accompagnare chi vuole uscirne nel modo migliore, magari caricandosi di un bene confiscato da ristrutturare, di una cooperativa da mandare avanti, di un progetto da cofinanziare.

Si richiede consapevolezza, autonomia e passione: il percorso è accidentato,in salita, faticoso nel quotidiano,costellato di fallimenti, ma serve l’uomo, con le sue contraddizioni,le sue ansie, la sua voglia di emergere o di perdersi come lievito nella massa.

L’altra sottolineatura emerge anche dalla lettura di alcuni dati, importanti nella dimensione della ricaduta sociale del fenomeno:

  1. Le organizzazioni di volontariato si rivelano nel tempo realtà più visibili e affidabili in quanto operano  con continuità (92 su 100)  per lo più con un orario di apertura settimanale  e sono maggiormente strutturate  adeguate alla propria funzione sociale.
  2. Si è registrata un’esigenza  di publicizzazione da parte delle       organizzazioni di volontariato: su 100, il 75 risulta iscritto ai registri del volontariato istituti a livello regionale, mentre cresce a livello regionale il rapporto di convenzionamento con il pubblico per la gestione di specifici interventi o servizi.. c)
  3. E’ crescente un rapporto di integrazione( tradotto in convenzionamento + collaborazione).
  4. Non è invece frequente e intenso il rapporto con i centri di servizio per il volontariato: nelle Regioni in cui sono funzionanti tali centri di servizi di volontariato, solo un terzo delle odv ha avuto un rapporto significativo in termini di fruizione e partecipazione ad eventi e

Torna allora la motivazione a rimanere nell’organizzazione di volontariato, sapendo che è dall’altro che dobbiamo partire,e dunque che  va sempre cercata  fuori di noi e mai dentro noi, divenendo diversamente un autocompiacimento sterile.

L’art.3 della Carta dei valori del volontariato così recita:Il  volontariato è azione gratuita. La gratuità è l’elemento distintivo dell’agire volontario e lo rende originale rispetto ad altre componenti del terzo settore e ad altre forme di impegno civile. Ciò comporta assenza di guadagno economico,libertà da ogni forma di potere e rinuncia ai vantaggi diretti e indiretti. In questo modo diviene testimonianza credibile di libertà rispetto alle logiche dell’individualismo ,dell’utilitarismo economico e rifiuta i modelli di società centrati esclusivamente sull’avere e sul consumismo .I volontari traggono dalla propria esperienza di dono motivi di arricchimento su piano interiore e sul piano delle abilità relazionali[11].

Queste espressioni si riempiono di ulteriore significato, quando sono supportate dalla dimensione della fede.

La dimensione della gratuità porta infatti con sé nel messaggio evangelico la  circolarità[12]: richiede di andare  in tutte le direzioni. Ricevere e dare è un binomio che caratterizza la storia della salvezza: un dinamismo che parte da Dio  e arriva  a noi, travolgendo tutte le dimensioni della vita umana, materiale, spirituale, personale e comunitaria e in cui assumerla come stile di vita significa acquistare una libertà interiore ed esteriore tale da aprirsi con spontaneità alle necessità altrui. La gioia sarà così più nel dare con competenza, facendoci veramente carico dell’altro che nel ricevere, sopratutto nel soccorrere i bisognosi i senza voce, coloro che non conoscono i propri diritti  e nel condividere con altri i beni ricevuti gratuitamente da Dio.

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È possibile mettere in rete uomini e donne di buona volontà,competenze e voglia di fare; sorrisi pensieri ed azioni nella unità di intenti, nella fantasia della diversità, nell’accoglienza dello straniero, nell’inclusione del diversamente abile. Essere laici nel quotidiano allora significherà  ricercare in tutti i singoli doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare  e sociale[13],il Regno di Dio, coniugando insieme  competenza scientifico-tecnica e di giudizio storico[14]. E’ illusorio pensare che basta essere un buon cristiano per svolgere bene le proprie funzioni: occorre piuttosto che l’intervento sia efficace e dunque creativo di continue e nuove opportunità di dono in ogni ambiente.

 Il papa Benedetto XVI  in occasione della giornata dei volontari del servizio civile ha detto:..la vita è amore e chi dona la vita dona amore .

Il migliore servizio alla promozione dell’uomo comporta  un atteggiamento irrinunciabile dialogico e di mediazione culturale, che consenta- senza rinunciare alla propria identità- di realizzare proposte costruttive, in cui  il servizio alla persona umana e la promozione della sua dignità occupino il primo posto, in un binomio indissolubile.   E’ evidente che …il volontario non è un semplice operatore,( cui è designata l’attività caritativa), ma l’animatore di un servizio che è svolto dall’intera comunità in vari modi. Animatore di un  servizio significa molto di più che operatore, è anima pulsante, (se si vuole nella splendida accezione del Cardinale Martini ,donatore di tempo, nella logica del Vangelo è l’apostolo), comunque sia è instancabile e vivificante, e tuttavia la dimensione della atemporalità e della gratuità non vanno a discapito della qualità e della valutazione del servizio, ma a recuperare la necessità per una comunità umana di avere un capitale sociale e una società civile forti, per garantire il proprio sviluppo economico e sociale; nonchè  attori sociali e collettivi, oggi in posizione di centralità, in quanto attori delle politiche sociali al pari delle amministrazioni pubbliche. E’ questa la nuova sfida della responsabilità sociale dove cioè la identità di una organizzazione e la mission che la stessa intende realizzare, devono essere sostenute da una visione del mondo e dei problemi sociali non ristretta nei confini della propria  sopravvivenza.  Occorre lavorare nell’ottica della advocacy  appunto, giocando un ruolo di collante, di pressione, di spinta valoriale e motivazionale, inserendosi a pieno titolo nei processi di formazione e ricerca della giustizia, riacquistando la capacità di adirarsi, di parlare criticamente di impegnarsi per la liberazione degli ultimi, non trascurando la macchina organizzativa- Gli attuali modelli organizzativi infatti devono essere insieme flessibili e stabili, consentendo di volta in volta di riorganizzarsi spontaneamente verso nuove situazioni di stabilità suggerite dai cambiamenti esterni. Occorre dare vita  a un corretto rapporto vissuto nella logica della sussidiarietà fra la responsabilità e l’iniziativa delle istituzioni e la responsabilità e l’iniziativa delle organizzazioni, con regole ben precise, (alle quali di solito le organizzazioni non si sottraggono):  la capacità di rendere conto  in maniera trasparente  alla comunità civile che spesso li sostiene anche economicamente, di come sono spese le risorse; il rendere ragione di ciò che si fa, del perchè lo si fa, del come lo si fa, con una fedeltà,che completa e concretizza l’interesse per gli altri.

Nuovi i processi dunque, nuove le assunzioni di responsabilità da parte del volontariato che è e rimane sempre un settore di frontiera, per conseguire la liberazione del povero, (nella accezione più ampia e complessa del termine)  ma che promuove l’uomo, in cui la solidarietà è capace di rendere diverso e migliore il vivere. In cui cioè la sicurezza nella malattia ,la possibilità di un lavoro dignitoso, sufficienti mezzi di sostentamento per sé e i propri cari, istruzione , ambiente , sono gli obiettivi  da perseguire. In cui anche la dimensione del   consumare che è  indispensabile per vivere assume una connotazione diversa. Dietro la nostra abitudine di “usa e getta “c‘è una visione meccanicistica e utilitaristica della natura,che si riduce a un indiscreto uso e  consumo da parte dell’uomo. Esaurire risorse materiali, scaturisce da una visione della realtà,  da un modo di comprendere la persona umana e Dio[15], che va sottoposta a una rilettura critica, anche attraverso la dimensione etica che il rapporto consumo / volontariato ha in sé. Allora il prendere con gli altri  (con sumere) diviene un’azione sacra da testimoniare nella vita, in una dimensione di rivisitazione continua dei doni ricevuti che fa scaturire  gratitudine e spinge a crescere nella gratuità.

Prof. Francesca Panuccio Dattola

 

 

[1] Cfr.  sull’argomento TAVAZZA, MANGANOZZI, PIONATI ,SARDO ,DE MARTIS Guida al volontariato italiano (a cura di Pionati), DIT , dizionario tematico delle leggi , SEI ,1990, che raccoglie in maniera sistematica le leggi regionali esistenti in Italia.

[2] Negli ultimi dieci  anni è avvenuto sempre più spesso che siano stati introdotti  nella legislazione speciale civilistica, provvedimenti che attengono alla dimensione della persona (si pensi  all’amministratore di sostegno, L n.6/2004 delle misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia; alla legge sull’affidamento condiviso,la c.d. bi-genitorialità, legge dell’8 febbraio2006 n.54, alla residenza emotiva del minore  prevista nel reg.CEE 2201/2003 ).

 

[3]  TAVAZZA, Volontario(voce), Dizionario di Sociologia,Ed.paoline,  Roma 1991.

[4] Le affermazioni si ricavano da uno studio di Previtali, ricercatore di organizzazione aziendale dell’Università Di Pisa.

[5] Il tema della partecipazione è oggetto di continua rivisitazione soprattutto da parte degli studiosi di diritto amministrativo .In particolare con riferimento al tema del volontariato cfr. F.MANGANARO ,Rilevanza delle associazioni e solidarietà sociale nello statuto comunale di Reggio Calabria, in le leggi della solidarietà e della partecipazione(a cura della  Caritas diocesana di  Reggio Calabria ), 1994  19.

[6] PIO XII, Lett.enc. Quadragesimo anno, AAS 23 (1931) 177-228.

[7] GIOVANNI PAOLO II ,Lett. enc. Centesimus annus, AAS 83 (1991),862.

[8] Su questo argomento la dottrina giuridica  ha prodotto nel  tempo numerosi contributi significativi.

[9]Tra le prime pronunce cfr: Corte  Cost. 28.02.92 n.75; Corte Cost. 23.07.1992 n355, entrambe pubblicate in

[10]  I nodi cruciali del progetto erano anche con riguardo agli organi di direzione);

– la democraticità della struttura;

– le modalità di rimborso delle spese sostenute dai volontari;

– il meccanismo di finanziamento attraverso i centri di servizio del volontariato

[11] La carta del Volontariato è stata realizzata dalla FIVOL (Federazione italiana per il volontariato ) e dal Gruppo ABELE, il 4.12.2001, data che concludeva l’anno internazionale del volontariato.

[12] C.GHIDELLI,Sulla gratuità, riflessioni tra ministri ordinari, Ed.TAU 2009, 24.

[13] Vaticano II, Lumen gentium 31.

[14] Queste dimensioni sono evidenziate e sviluppate  nel lavoro  di G.LAZZATI, Per una nuova maturità del laicato, AVE, 1986, 52

[15] L’espressione è di Francis Vincent Anthony ,docente di Teologia alla Pontificia Università salesiana.

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