“Laboratorio sul consenso alla criminalità organizzata e sulle alternative non violente (I)”

Ndrangheta: il primo passo è nominarla. Con questo slogan il Museo della ndrangheta qualche anno fa dava avvio al suo percorso, iniziando molteplici e apprezzate attività. La frase scelta dai suoi operatori era rivelatrice di un atteggiamento diffuso di scarsa conoscenza del fenomeno. Ma ora qualcosa sembra cambiato, qualcosa si sta finalmente muovendo.

All’Istituto di formazione politica “Mons. Lanza” i corsisti, durante due successivi laboratori, hanno preso conoscenza di questa bella realtà del territorio, interloquendo con alcuni operatori e collaboratori. Grazia Gatto – criminologa e responsabile per il Museo dei rapporti con le scuole – ha aperto il primo incontro con la proiezione di un filmato, dopo del quale ha illustrato la storia, le attività e il significato di questa struttura.

«Tre anni fa, quando è iniziato il percorso del Museo – ha asserito la dott.ssa Gatto – andando negli uffici pubblici e nelle scuole ci accorgevamo che la parola ndrangheta non si nominava e non si sapeva nemmeno scriverla in modo corretto. Ora le cose sono cambiate, nelle scuole e nelle università si portano gli atti giudiziari, le ordinanze e le sentenze e se ne discute liberamente. Il clima generale è diverso, la gente non ha più paura come prima, perché grazie alle operazioni di magistrati e forze dell’ordine i boss vengono catturati e si inizia a percepire che la ndrangheta non è invincibile. Anche il sequestro di beni è un “processo culturale”, perché non intacca solo il patrimonio della famiglia colpita ma è il segnale che la ndrangheta può essere contrastata. La stessa società civile sembra essersi ridestata, soprattutto dopo l’episodio della bomba in Procura. Tuttavia, il risveglio delle coscienze che si esprime in manifestazioni di piazza deve continuare nel tempo; il ritrovarsi insieme si deve coltivare. Non dimentichiamo che manca ancora una indignazione collettiva, che vada al di là di quella personale e di manifestazioni occasionali. Da noi il cordoglio che segue episodi criminali è piuttosto un fatto personale che comunitario, e non si crea un sentimento di aggressione collettiva al fenomeno, probabilmente perché non tutti percepiamo la ndrangheta come qualcosa che ci riguarda da vicino». Il Museo invece si propone di far acquisire una nuova consapevolezza del fenomeno mafioso a tutti i fruitori e a comunicarlo nel modo corretto. Lo scopo del Museo, infatti, è quello di rendere “parlabile” la ndrangheta, ovvero di farla  conoscere e capire, in quanto parte della nostra storia e del territorio. Attraverso percorsi multimediali di conoscenza, attività didattiche, laboratori musicali e teatrali, e la possibilità di svolgere studi sul settore, si cerca di rendere comprensibile a grandi e piccoli un fenomeno che coinvolge tutti.

Il Museo – ha tenuto a precisare la Gatto – non è un’attività statica, e nemmeno una raccolta di oggetti che servono a ricordare una realtà che non esiste più. Si tratta di un luogo in cui si pratica la nonviolenza e si demolisce la violenza: basti pensare che i locali della struttura sono frequentati anche da bambini che provengono da ambiti familiari in cui si vive la  violenza. Ma si tratta anche di un progetto culturale di grande respiro, nella misura in cui il Museo punta a creare una coscienza critica attraverso un linguaggio e una comunicazione nuova. Restando tutti ben consapevoli che il processo culturale che porta a cambiare mentalità – e indebolisce così il consenso da cui la ndrangheta trae linfa vitale – richiede tempi lunghi e la pazienza del piantatore di alberi.

Vittoria Modafferi

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