Il 20 febbraio 2026 la lezione all’Istituto Mons. A. Lanza ha stimolato la riflessione sul termine “conflitto” dal punto di vista filosofico e poi politico.
Il prof. Claudio Meliadò, componente del direttivo, ha presentato la docente relatrice, Rosa Faraone (ordinaria di Storia della Filosofia presso l’Università di Messina), come una personalità riconosciuta nel campo degli studi filosofici.
Il conflitto – secondo il prof. Meliadò – potrebbe essere considerato un elemento strutturale del vivere quotidiano piuttosto che un evento contingente: difatti in una società caratterizzata da una pluralità di interessi e di diverse visioni, esso appare come inevitabile e non è detto che si traduca in uno scontro distruttivo, ma può addirittura generare trasformazioni e processi di rinnovamento anche in campo democratico.
Coerentemente con questa visione, il termine conflitto è stato definito dalla prof.ssa Faraone come un termine cruciale, polisemico e ambivalente che non va interpretato solo in senso negativo, ossia come un contrasto che degenera nello scontro e nella guerra, ma può intendersi anche come un urto, un incontro tra diverse posizioni.
Nella cultura occidentale, nata dal pensiero greco, lo scontro tra opposti non è mai stato considerato aprioristicamente negativo, perché dal conflitto si può giungere alla verità.
La docente ha richiamato sia le teorie di filosofi greci e antichi (Eraclito di Efeso, Empedocle, Aristotele, Parmenide, Platone) che di filosofi moderni (proponendo le diverse visioni di organizzazione sociale e politica di Thomas Hobbes e di John Locke) e ha anche letto un brano significativo del filosofo tedesco Immanuel Kant tratto dal suo saggio del 1795 “Per la pace perpetua. Progetto filosofico”.
Nella storia della nostra cultura, come ha ricordato la docente, si è affermata l’idea che la contrapposizione e lo scontro tra principi opposti e il loro alterno operare siano ontologicamente strutturali nella realtà.
Per fare un paragone con le teorie filosofiche, la società “aristotelica” è modellata diversamente rispetto alla Repubblica di Platone, perché non si affida a un re “filosofo” unico e solo depositario dell’idea di bene in modo definitivo.
Riguardo le deliberazioni pratiche che attengono alle scelte da compiere nella vita sociale, politica, economica non vi è cioè una verità determinata e Aristotele teorizzò una forma di razionalità definita “sillogismo dialettico”, che non si basava su principi assoluti quanto piuttosto sulla ragionevolezza.
Ci si è chiesti poi come si traduce questa antinomia di principi in campo socio-politico. Il conflitto non può trovare spazio nei modelli di governo autoritari, regolati dall’alto, che non lasciano spazio all’espressione del dissenso e alla libertà di discussione.
Nella pratica negare il conflitto può voler dire ignorare le differenze e la valorizzazione delle individualità ma al tempo stesso, se il conflitto non è arbitrato attraverso strumenti condivisi, può scadere nella violenza e nella prevaricazione.
Dunque la contrapposizione tra posizioni antitetiche si può risolvere e può comporsi, all’interno di una società pluralista, proprio attraverso l’elaborazione di strategie che consentano una sua costruttiva articolazione.
Ma nella società attuale un punto di debolezza è proprio la difficoltà di elaborare strategie comuni.