“Locale a chi? L’informazione a Reggio”

Liberi, ma non senza condizionamenti. Voce di chi non ha voce, e rischia di non essere ascoltato. Portatori di un’etica che impone di vedere dietro ai fatti le persone, con la loro dignità. Pressati, a volte, da esigenze di mercato che possono sacrificare la qualità alla logica del profitto. E’ il quadro degli operatori dell’informazione emerso in una tavola rotonda dal titolo “Locale a chi? L’informazione a Reggio”, organizzata dall’Università Mediterranea e dalla Cappella Universitaria.

L’incontro è stato un momento di confronto tra i responsabili delle testate giornalistiche reggine, nelle sue varie articolazioni (dalla televisione, ai quotidiani, dalla radio all’informazione on line), ma anche spunto di riflessione che ha aperto il dibattito con il pubblico. A moderare l’incontro, padre Giovanni Ladiana – superiore della Compagnia di Gesù di Reggio – che ha interpellato i giornalisti su alcuni quesiti di un certo spessore, come la possibilità per l’informazione di andare oltre la mera cronaca, incidere nella società e produrre un cambiamento. L’impegno etico di chi svolge questa professione, la sua libertà rispetto ai poteri forti, i nodi più difficili dell’informazione nella nostra città, le aspettative della gente e di chi incide sull’economia locale, sono stati gli argomenti introdotti, e sui quali si è sviluppata la riflessione. Piuttosto sentito il tema della libertà del giornalista, trattato sotto varie sfumature dai relatori.

Giuseppe Baldassarre, per “Il Quotidiano”, ha sottolineato che «chi ha le leve del potere si attiva per fare pressioni. In particolare, chi gestisce la pubblicità pubblica, fa spesso vessazioni. E gli editori subiscono i colpi di questa logica. Cosa si aspettano i potenti da un giornale? Che faccia da cassa di risonanza e che sia sempre accondiscendente. Quanto al tipo di informazione, i giornali spesso si occupano di ciò che la gente chiede, perché una testata è anche un’azienda che auspica il suo profitto. Ma ciò non vuol dire rinunciare a trattare argomenti importanti o anche spinosi. Un giornalista con una certa etica, cerca di andare oltre la notizia per capire cosa c’è dietro».

L’aspetto etico è stato ripreso da Pippo Diano dell’Ansa, che denuncia un certo «accantonamento della dimensione etico-pedagogica della professione. Spesso le imprese editoriali si muovono in una logica di mercato. Un giornale, infatti, non svolge sempre un ruolo asettico di comunicazione, ma provoca orientamento. Sacrifica l’impegno etico per dare degli indirizzi. Le testate hanno una linea, sono “militanti” e chi vi lavora ha un orientamento affine. Ma il pericolo della democrazia non lo vedo tanto in relazione alla libertà di poter scrivere, quanto nel prevalere di interessi economici e aspetti commerciali».

Pino Toscano di “Gazzetta del Sud” ha visto la tematica della libertà come «una tensione a cui tutti dovremmo tendere nel corso della vita. Quanto ai giornali, è difficile mantenersi liberi dai condizionamenti di chi gestisce la pubblicità, che è una presenza ingombrante. Il giornalista, oltre ai condizionamenti esterni, dovrebbe fare attenzione anche a quelli che vengono da se stesso. La libertà si conquista ogni giorno. E’ una necessità e un dovere,  nei confronti dei lettori. Che possono “perdonare” la mancanza di obiettività, ma non quella di onestà. Infine, l’obiettivo di incidere nella realtà locale, lo si può raggiungere aiutando la città a crescere. Il giornalista ha il dono di comunicare direttamente col lettore e può trovare un punto di tensione etica per migliorare la città. Valorizzando le notizie positive, senza tacere quelle negative».

Sempre sulla libertà dell’operatore dell’informazione, Claudio Labate di “CalabriaOra”, ha affermato che «la libertà sta nel sentirsi in pace con la propria coscienza. Perché è chiaro che ogni editore ha una sua linea, e chi vi lavora accetta un certo progetto. Direi che le pressioni, o meglio, le raccomandazioni arrivano soprattutto dalle sedi istituzionali. Uno dei problemi fondamentali, oggi, è che si legge poco e spesso si concede poca fiducia a chi fa informazione».

Dopo le esperienze dei giornalisti della carta stampata, è stata la volta di un professionista della radio. Mario Vetere, di “Radio Touring” , ha sottolineato come «l’informazione locale ha assunto un aspetto rilevante nella nostra città. E’ davvero un potere, perché può fare emergere ciò che c’è di buono. Il mio unico rammarico è che l’informazione sia puntata maggiormente sugli aspetti negativi. Gli operatori del settore dovrebbero, allora, essere intraprendenti e coraggiosi, divulgare le notizie positive e smuovere quella nebbia, quel velo di imbarazzo che si prova nel raccontare alcune cose».

Sulla problematica dell’ indipendenza dei mass media, è intervenuta Anna Briante, direttore di ReggioTV. «L’informazione nella nostra città – ha affermato – è libera ma subisce condizionamenti. Deve superare ostacoli e impedimenti, deve dire sì o no a mille suggerimenti. Gli stessi organi di stampa hanno spesso un comportamento prepotente nel proporre una certa notizia, perché peccano di presenzialismo ad ogni costo. Un aspetto che vorrei rammentare, e che è sottovalutato, è la pressione che subiscono i colleghi degli uffici stampa degli enti istituzionali da parte del mondo politico. Quanto al nostro pubblico, il rapporto che instauriamo è immediato e continuo. La gente si rivolge a noi perché chi dovrebbe ascoltare, è distratto e non ha interesse  a che certe cose vengano dette. Noi cerchiamo di dare voce a chi non ce l’ha, ma spesso non possiamo fare di più».

Una nota critica sui condizionamenti quotidiani verso chi lavora nell’informazione, è venuta da Giusva Branca, direttore di “strill.it”, sito che si occupa di news in tempo reale. «Ci sono giorni in cui le pressioni ti opprimono. E non solo quelle possibili dell’editore, ma anche della controparte. E qualcuno ci ha sbattuto la testa. Non è facile lavorare in questo settore, dove le responsabilità sono anche di chi vi opera. A proposito di quale informazione offrire, il dilemma è tra la notizia facile da leggere o qualcosa di più difficile e meno commerciabile. Nella creazione della pagina di un giornale non si può prescindere da ciò che la gente preferisce, ma un certo equilibrio è indispensabile. E bisogna evitare di inseguire il consenso a ogni costo, perché il rischio è cercare di essere simpatici. Ma il lettore si rende conto se è di fronte a un fatto o a un’opinione».

Un’ultima considerazione sulla condizione del giornalista, è venuta da Eugenio Marino, direttore di “GS Channel”. «La nostra professione è bella, ma difficile e debole. Siamo tutti liberi dentro, ma condizionati. Chi scrive per un giornale sa perfettamente in che posto andrà a posizionarsi. Eppure credo che nella nostra città – pur tra tante difficoltà – operiamo tutti con autonomia. Ai giovani che si affacciano alla professione, diamo poche regole, di tecnica soprattutto. E raccomandiamo di stare attenti a ciò che dicono o scrivono. Preferendo dire qualcosa in meno che in più, perché dietro a un fatto, c’è sempre una persona o una famiglia».

 

Vittoria Modafferi

 

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