Meridionalismo e politiche pubbliche: una questione nazionale

Il 17/11/2017 il Prof. Antonino Mazza Laboccetta, ricercatore di Diritto amministrativo dell’Università Mediterranea, ha continuato la riflessione dell’ISFPS Mons. A. Lanza sulla “questione meridionale”.

Prima di analizzare i principali problemi del Mezzogiorno e le soluzioni possibili per superarne la grave arretratezza economico-sociale, il relatore ha spiegato come la “questione meridionale” sia diventata una “questione settentrionale”. I recenti referendum regionali in Lombardia e Veneto per richiedere – ex art. 116, III c., Cost. – ulteriori forme di autonomia celano un’operazione culturale molto rischiosa, veicolando l’idea che le politiche orientate a rendere progressivo (e dunque equo) il sistema fiscale siano fonte di ingiustizia territoriale. Questo approccio non tiene conto delle interrelazioni tra i sistemi territoriali, puntando ad abbandonare a se stesse le aree più povere del Paese, ritenute meno “meritevoli” di risorse perché meno produttive.

Il c.d. residuo fiscale, indicatore contabile che indica la differenza tra le tasse pagate dai cittadini e le somme che ritornano in forma di spesa nel territorio, è il parametro che giustifica – dal punto di vista etico –la redistribuzione delle risorse dell’operatore pubblico dalle Regioni più ricche a quelle più in difficoltà. Ma la richiesta di maggiore autonomia fiscale da parte delle Regioni economicamente più floride nega questo principio di giusta redistribuzione e lascia intendere che il Sud sia un “peso” per la crescita del Paese, piuttosto che un possibile motore di sviluppo.

Al tempo stesso i meridionali appaiono quasi rassegnati verso i problemi che li attanagliano, che sono di tipo criminale, economico, sociale e demografico. L’emigrazione intellettuale giovanile, di per sé positiva se vista come arricchimento di esperienze in vista di un futuro ritorno, ha impoverito il capitale sociale. Inoltre troppo carente sembra essere il sistema di relazioni fiduciarie intese a migliorare le condizioni di vita pubblica e la partecipazione attiva dei cittadini.

Il tessuto produttivo al Sud, eccetto alcune sparute realtà di eccellenza, è caratterizzato dal “nanismo” imprenditoriale e aziendale; le imprese non sono in rete tra loro e spesso preferiscono restare sommerse (a scapito dei diritti sindacali dei lavoratori); il costo del credito è eccessivo.

Secondo il relatore, al Sud è necessaria una politica di sviluppo del territorio “unitaria” che sostituisca il precedente sistema di finanziamento frammentario di singoli progetti e una riforma complessiva degli enti locali italiani. Per rendere l’Italia più competitiva, ha indicato come esempio le macro-Regioni francesi (già la Commissione Lanzetta propose di ridisegnare le Regioni italiane). Serve infine investire, non tanto in grandi opere, quanto in manutenzione, infrastrutture indispensabili, ricerca, innovazione, puntando sulle energie rinnovabili e sulla rigenerazione urbana.

Stefania Giordano

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