Niente “scarti” in città: «la periferia al centro»

Periferia

Profili giuridico-amministrativi


Sommario:
1. Il concetto economico-sociale di centro/periferia – 2. Il ritorno dell’uguaglianza – 3. La crisi economica mondiale – 4. Il conflitto sociale prende nuove forme – 5. Lo spazio nel quale vivono le persone – 5. Lo spazio nel quale vivono le persone – 6. L’esplosione della città – 7. Quale risposta?

 

  1. Il concetto economico-sociale di centro/periferia

I concetti di «centro» e «periferia» sono concetti che rispondono a coordinate che non sono solo di tipo urbanistico, ma anche (o prima ancora) di tipo economico-sociale.

Non è un caso che il concetto centro/periferia appaia nelle analisi economiche per rimandare all’esistenza di aree collegate da relazioni di scambio, favorevoli all’una e sfavorevoli all’altra, all’interno di un determinato sistema economico.

All’inizio degli anni ’70 del Novecento il concetto è impiegato per descrivere le relazioni economiche tra aree sviluppate e aree sottosviluppate nel sistema capitalistico moderno e contemporaneo.

Furono soprattutto economisti e storici di indirizzo marxista a farne uso per marcare la conflittualità, e non l’armonia, nei rapporti tra le economie e all’interno dei sistemi economici.

Si trattò soprattutto di una reazione all’interpretazione classica ricardiana degli scambi internazionali.

Secondo l’interpretazione di D. Ricardo, il regime delle relazioni commerciali tra due regioni è fisiologicamente diretto alla specializzazione in quei settori e in quei prodotti in cui il progresso è maggiormente possibile per la più ampia disponibilità di fattori o per le specificità regionali.

Un processo, questo, che nel medio-lungo termine, secondo l’interpretazione classica degli scambi internazionali, avrebbe creato condizioni di interdipendenza e, in definitiva, di vantaggio per tutte le aree coinvolte nel sistema economico.

In realtà, nel corso dei secoli ‘800 e ‘900 apparve subito evidente che la specializzazione operava a vantaggio di alcune aree dominanti (centro) e a svantaggio di altre (periferia) e che, perciò stesso, i rapporti si caratterizzavano come rapporti di scambio ineguale.

Il paradigma della natura asimmetrica dei rapporti di scambio tra aree dominanti (centro) e aree periferiche fu affinato dagli studiosi e impiegato anche per studiare le relazioni economiche che caratterizzano altre epoche storiche, o ambiti economici più circoscritti.

 

  1. Il ritorno dell’uguaglianza

Dopo (o accanto) alla sbornia del «pensiero unico» sembra riaffiorare oggi un ritorno all’idea di uguaglianza.

È un riaffiorare che, come è stato detto, appare confuso e magmatico (P. Flores d’Arcais), a volte contraddittorio; porta alla ribalta partiti o movimenti come Syriza, Podemos, Corbyn. Certo, esprime un bisogno di uguaglianza. Un bisogno a lungo soffocato dal pensiero unico, che, da un lato, ha condotto alla «mutazione genetica» dei partiti di sinistra, più che ad una netta vittoria della destra, e, dall’altro, a leggere nelle sacche di emarginazione non un segno di scandalo, una pietra d’inciampo del sistema economico, un indicatore di ingiustizia, ma la condizione di chi non ha meriti. Nient’altro che una mistificazione del concetto di meritocrazia.

Un esito felice delle politiche socialiste e socialdemocratiche lo registriamo solo nei modelli scandinavi.

Occorre, allora, che ci interroghiamo.

Il modello di sviluppo occidentale è un modello che ha prodotto autentico sviluppo?

In un notissimo libro, intitolato La fine della storia e l’ultimo uomo (1992), Francis Fukuyama fonda l’idea di una nuova “storia universale”, che culmina in un ben determinato sistema politico, economico e sociale: la liberaldemocrazia nella versione impostasi negli Stati Uniti.

La tesi di Fukuyama è che il costante progresso scientifico-tecnologico conduce ad un aumento quantitativo e qualitativo della produzione dei beni, che, da un lato, allarga i bisogni, dall’altro, la capacità di soddisfarli.

Il sistema nel quale la capacità tecnico-scientifica può trovare la sua maggiore espansione è il sistema di produzione capitalistico globale di tipo neoliberista. Il tracollo del sistema comunista sovietico, incapace di reggere l’urto della storia, ne sarebbe la riprova.

Vi è uno scoglio che è lo stesso Fukuyama ad affrontare, quello cioè della democrazia.

Lo sviluppo scientifico-tecnologico, se nel sistema economico liberista si alimenta e culmina, non necessariamente conduce ad un sistema politico democratico.

Ed è qui che l’illustre politologo ricorre alla categoria hegeliana, nelle sue più recenti rivisitazioni, della lotta per il riconoscimento.

Il riconoscimento reciproco ed eguale, garantito dal diritto formale, consente le condizioni della democrazia.

Da sinistra, la critica marxista obietta che il riconoscimento sarebbe imperfetto perché solo formale.

Da destra, soprattutto la critica nietzscheana, obietta, invece, che l’uguaglianza del riconoscimento non riflette le differenze tra uomo e uomo, che invece vanno esaltate a tutela dei più dotati.

Secondo Fukuyama, le garanzie formali di un sistema democratico non impediscono l’emersione delle differenze, e, al tempo stesso, consentono le più ampie garanzie per tutti.

In definitiva, secondo la tesi del noto politologo, il processo di sviluppo storico può considerarsi concluso nel modello della società occidentale e nello Stato di tipo liberal-democratico. È solo all’interno di questo modello che possono trovarsi progressivi aggiustamenti.

La tesi della «fine della storia» fu abbondantemente cavalcata dal neo-conservatorismo americano, coerente con la linea del «pensiero unico» e ulteriormente avvalorata dal processo di modernizzazione in senso capitalista intrapreso dalla Cina (quantunque ancora non approdato ad un modello politico-sociale di tipo occidentale; pensiamo, in particolare, ai “ritardi” sul terreno del pluralismo politico e del riconoscimento dei diritti civili).

 

  1. La crisi economica mondiale

La crisi mondiale di questi ultimi anni ha certamente scosso il sistema dell’economia capitalistica, sempre più dominato dal modello finanziario.

Induce a domandarsi se il sistema politico liberal-democratico nella versione imposta alle democrazie occidentali dopo la svolta conservatrice di Reagan e della Thatcher produca vero sviluppo.

La forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre di più. È sconfortante leggere che l’1% della popolazione in Italia detiene il 14% della ricchezza nazionale netta, il triplo cioè rispetto al 40% più povero, che detiene solo il 4,9% (dati OCSE). È l’OCSE a riferire che tra il 2007 e il 2011 la perdita di reddito disponibile è stata più elevata (-4%) per il 10% più povero della popolazione rispetto al 10% più ricco (-1%). In sostanza, il 20% più ricco della popolazione detiene il 61,6% della ricchezza e l’altro 20% è appena al di sotto del 20,9%, mentre il restante 60% detiene appena il 17,4% della ricchezza nazionale. Il 20% più povero è costretto ad accontentarsi dello 0,4% della ricchezza nazionale.

Un top manager arriva a percepire una retribuzione annua che arriva a 6,5 milioni di euro, a fronte di un salario annuo di 28.593 euro di un suo operaio.

Thomas Piketty, nel libro divenuto ormai bestseller, Il capitale nel XXI secolo (2013), affonda lucidamente la mano dentro le politiche economiche, portando alla luce le intollerabili diseguaglianze che caratterizzano le nostre relazioni.

Al World Economic Forum di Davos del gennaio 2014 un rapporto della Ong inglese Oxfam (in prima linea nella lotta alla fame nel mondo) dimostra che gli 85 individui più ricchi del mondo possiedono la stessa ricchezza detenuta da metà della popolazione mondiale.

Anche prima della crisi un studio dell’OCSE di Parigi (l’organismo che riunisce tutti i paesi sviluppati) evidenzia come tra il 1985 e il 2005 l’aumento delle diseguaglianze aveva sottratto alla collettività il 4,7% della crescita, con la conseguenza che si allarga sempre di più la forbisce tra il vertice della piramide sociale e la base.

È nel sistema che si annida il vizio, lo squilibrio, perché è il sistema ad essere organizzato in modo da favorire la concentrazione della ricchezza in poche mani.

Lo storico americano, Steve Fraser, dice che oggi manca dalla scena il grande conflitto sociale, ovvero la grande forza del movimento sindacale, delle lotte operaie, delle varie forze socialiste (The Ages of Acquiescence: The Life and Death of American Resistance to Organized Wealth and Power, 2015). Conflitto che invece caratterizzava lo scenario americano degli anni ’30: gli operai di quegli anni – dice Fraser – «avevano nella memoria il ricordo più recente di un sistema economico diverso, sia in America sia nell’Europa da cui erano immigrati. Molti di quei militanti combattevano per difendere un modo di vita: la fattoria familiare minacciata di pignoramento dai creditori rapaci, l’impresa artigianale spazzata via dai monopoli industriali. Avendo conosciuto qualcosa di diverso dal presente, erano capaci di immaginare un futuro diverso, e lottare per conquistarlo».

Oggi invece «non esiste un memoria popolare di un altro tipo di sistema economico». Anzi, come sostiene Naomi Klein, teorica no global, la generazione attuale è come ingabbiata all’interno di questo sistema economico per l’effetto dissuasivo di politiche spingono all’indebitamento di massa (siamo legati al sistema dalla rata della mutuo, dalla paura di perdere il posto di lavoro ecc).

Una potente trappola è la carta di credito. Come scrive Bauman in Vite che non possiamo permetterci, la carta di credito lanciata sul mercato è il modo per togliere «l’attesa dal desiderio». «Desideriamo qualcosa, ma non abbiamo ancora guadagnato denaro sufficiente per poterlo pagare? Ai vecchi tempi – dice Bauman – […] bisognava rinviare le gratificazioni […], stringere la cinghia, negarsi tante gioie, spendere con prudenza e frugalità e depositare le somme risparmiate in un libretto di risparmio, sperando di riuscire, con la dovuta cura e pazienza, a raccogliere abbastanza da tradurre i sogni in realtà. Grazie a Dio e alla benevolenza delle banche, ora non più!»

Ma i prestiti vanno rimborsati. «Non potete rifondere il debito? Innanzitutto, non occorre che proviate a rifonderlo tutto e subito: l’assenza di debiti non è lo stato ideale – dice provocatoriamente Bauman. In secondo luogo, non state a preoccuparvene: a differenza dei malvagi creditori di una volta – scrive Bauman -, smaniosi di riavere indietro prontamente i loro soldi secondo le scadenze prefissate e non dilazionali, noi, la nuova razza di creditori moderni e benevoli, non rivogliamo indietro i nostri soldi; anzi, vi offriamo di prenderne in prestito altri per ripagare il vecchio e tenervi qualche soldo (cioè qualche debito) in più per pagarvi nuove gioie. Siamo le banche che amano dire di “sì”. Le tue banche amiche».

In altri termini, il sistema imprigiona, tiene legati, ci illude di essere all’altezza di soddisfare tutti i bisogni; in definitiva, finisce per depotenziare il conflitto sociale.

Gli alti livelli di disoccupazione tolgono, inoltre, potere contrattuale ai salariati.

Negli Stati Uniti il colosso Wal-Mart annuncia nel 2015 un aumento della retribuzione dei suo dipendenti del 24% superiore al salario minimo federale non certo perché abbonda il credo neoliberistica della destra repubblicana, ma perché le politiche espansive adottate dal governo federale, dirette a stimolare il ciclo economico, hanno ridotto la disoccupazione al 5%, restituendo, quindi, potere contrattuale alla manodopera.

  1. Il conflitto sociale prende nuove forme

Stiamo assistendo in questi giorni ad un’orrenda mattanza , che investe Parigi, e non solo.

Nel 2005 è scoppiata sempre a Parigi la rivolta delle banlieues. Le periferie di Parigi si sono trasformate in veri e propri campi di battaglia.

Azioni deprecabili. Ma che non possono non interrogarci.

Non si è trattato solo della reazione alla morte di due giovani, che, rifugiatisi in una cabina dell’alta tensione per sfuggire all’ennesima retata della polizia, sono rimasti fulminati.

Dobbiamo chiederci se non si sia trattato piuttosto della reazione alla disoccupazione, alla povertà, all’emarginazione, alla discriminazione sociale e razziale. Un modello di sviluppo che crea le diseguaglianza accennate non può lasciare indifferenti. Non giustifica né legittima la violenza, ma non può lasciare indifferenti.

Rabbia e odio covano nelle banlieues parigine, e in tutte le periferie urbane, dove si annidano disoccupazione, povertà, emarginazione.

In articolo apparso su MicroMega del 2005, intitolato L’incendio di Parigi, M. Augé scrive che i «non luoghi», cui si riferisce nei suoi studi, sono spazi la cui organizzazione non consente di leggere tutta la struttura sociale. Sono «non luoghi» gli spazi della circolazione, della comunicazione, del consumo: spazi di solitudine. Un supermercato, per esempio, ha tutto l’aspetto di un «non luogo», anche se può diventare, al tempo stesso, luogo di appuntamento per i giovani, talvolta addirittura il solo luogo. È così che, per il noto antropologo, le banlieues sono dei «non luoghi» per chi viene da fuori, ma purtroppo sono «luoghi di vita» per tante, troppe, persone.

Rabbia e odio costituiscono una miscela incandescente che, prima o poi, esplode, purtroppo con gli esiti orrendi, deprecabili che abbiamo oggi sotto gli occhi.

Correggere il modello di sviluppo diventa un imperativo. Non rivoluzione, ma riforma. Occorre muovere dai fallimenti degli stessi partiti di sinistra, mutatisi geneticamente, per costruire un’economia sociale, equa, giusta.

Nel suo libro Lo scontro delle civiltà Huntington oppone alla tesi di Fukuyama una prospettiva diversa. La fine della guerra fredda non solo non porta all’affermazione di un modello unico, ma conduce, al contrario, all’esplosione delle diverse civiltà, ormai liberatesi dalla stretta del bipolarismo politico-ideologico USA-URSS. Un’esplosione, certo, non gioiosa, che accende piuttosto il conflitto tra gruppi di diverse civiltà, in un contesto in cui gli equilibri potere nello scacchiere mondiale di mutano, mettendo in discussione l’influenza del modello occidentale.

Si afferma un nuovo antagonismo policentrico su basi ideologiche e religiose, – assolutizzanti, e, perciò stesso, estremamente pericolose. È soprattutto l’Asia, in cui si concentra un vero e proprio crogiuolo di civiltà, il detonatore del conflitto.

In un articolo apparso di recente su la Repubblica (22 dicembre 2015, tradotto da Le Monde), Thomas Piketty si interroga «sulle condizioni politiche» delle violenze che in questi giorni stanno sconvolgendo Parigi, l’Europa, il mondo intero. E riflette «sulle umiliazioni e ingiustizie che in Medio Oriente hanno determinato l’importante sostegno di cui beneficia» il movimento islamista, «e in Europa suscitano oggi vocazioni sanguinarie». Sostiene Piketty: «Al di là del breve termine, l’unica vera risposta sta nell’attuazione sia qui che laggiù, di un modello di sviluppo sociale ed equo». «[…] a nutrire il terrorismo è la polveriera delle disuguaglianze in Medio Oriente, che abbiamo largamente contribuito a creare. […] com’è possibile che alcuni giovani cresciuti in Francia confondano Bagdad con la banlieue parigina, cercando di importarvi i conflitti che nascono laggiù. Non vi sono scusanti. Salvo forse notare che la disoccupazione e le discriminazioni nelle assunzioni non migliorano le cose. […] È stata l’austerità a far esplodere gli egoismi nazionali e le tensioni identitarie. Solo con uno sviluppo sociale ed equo si potrà sconfiggere l’odio».

Sempre su la Repubblica (23 novembre 2015), Jürgen Habermas, intervistato da Nicolas Weill dice: «[…] almeno in parte l’assenza di prospettive e di speranze per il futuro delle giovani generazioni di quei Paesi (quelli di cultura araba), va addebitata anche alla politica occidentale. Quei giovani si radicalizzano per riaffermare il loro amor proprio. Accanto alla concatenazione di cause che ci conduce in Siria, ne esiste un’altra: quella dei destini segnati dalla mancata integrazione nelle strutture sociali delle nostre maggiori città». Appunto, delle nostre maggiori città.

Nel suo viaggio in Africa Papa Francesco ha pronunciato parole forti: «l’esperienza dimostra – così ha detto – che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione».

Sull’onda della crisi anche il nostro Presidente del Consiglio ha dichiarato: «questa sfida sta mettendo in discussione l’identità e l’esistenza stessa dell’Europa. Io sono per mettere più controlli alle frontiere ma non cediamo a un racconto stereotipato banale; quel che è accaduto e sta accadendo è partito dalle nostre periferie».

 

  1. Lo spazio nel quale vivono le persone

Nell’enciclica Laudato Si’, dedicata alla cura della casa comune, Papa Francesco si domanda se nell’attuale sistema socio-economico si possa parlare di autentico sviluppo.

Autentico sviluppo significa miglioramento della qualità della vita. Perché vi sia miglioramento della qualità della vita, dice Papa Francesco, occorre «analizzare lo spazio in cui si svolge l’esistenza delle persone». Ed è qui che il Santo Padre sostiene che gli ambienti in cui l’uomo vive influiscono sul suo modo di vedere la vita, di sentire e di agire. Perché è nella «nostra stanza, nella nostra casa, nel nostro luogo di lavoro e nel nostro quartiere [che] facciamo uso dell’ambiente per esprimere la nostra identità».

È su questa premessa che il Pontefice addebita all’estrema penuria che si vive in alcuni ambienti, «privi di armonia, ampiezza e possibilità d’integrazione», il sorgere di «comportamenti disumani e la manipolazione delle persone da parte di organizzazioni criminali».

Così testualmente dice il Papa: «Per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, l’esperienza quotidiana di passare dall’affollamento all’anonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza».

Quale soluzione? Il Papa addita una via: «È necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno della città che ci contiene e ci unisce. È importante che le diverse parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere, rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri. Ogni intervento nel paesaggio urbano o rurale dovrebbe considerare come i diversi elementi del luogo formino un tutto che è percepito dagli abitanti come un quadro coerente con la sua ricchezza di significati».

È solo così che «gli altri – dice il Papa – cessano di essere estranei e li si può percepire come parte di un “noi” che costruiamo insieme».

 

  1. L’esplosione della città

Papa Francesco ha gettato in modo formidabile il suo sguardo sull’esplosione delle città.

È Renzo Piano a parlare di esplosione urbana, caratterizzata da una crescita forsennata.

Centri ben strutturati che hanno una propria riconoscibilità sociale si contrappongono all’incompiutezza e al disordine magmatico delle periferie lungo una faglia che segna una vera e propria frattura. Una frattura che fa della periferia un «altro dalla città» (Rella) e che va ricomposta attraverso interventi di integrazione del tessuto urbano e sociale delle aree periferiche con il resto della città. Un’operazione, questa, che va condotta attraverso il recupero delle periferie ad una dimensione non più o non solo residenziale (pensiamo ai c.d. quartieri dormitorio). Anche la demolizione è un rimedio, sia pur estremo, cui ricorrere quando manchino le condizioni minime di vivibilità (Piano).

Guardando oggi alle nostre città, non possiamo fare a meno di osservare che le antiche vestigia della città tradizionale dell’Europa mediterranea continuano indubbiamente ad emergere attraverso i tre fondamentali elementi: il sacro (il tempio, espressione dei culti religiosi), il militare (espressione del potere e della sovranità politici), l’economico (il mercato, luogo dei traffici e delle negoziazioni).

Ma si tratta di elementi la cui percezione, nella città contemporanea, si sbiadisce rispetto a quella esaltata, invece, dalla città antica.

Pur presenti i tre tradizionali elementi, vengono offuscati nel contrasto centro-periferia, che non è solo contrasto fisico tra ciò che è (più) centrale e ciò che è (più) periferico, ma è soprattutto qualitativo. Un contrasto che si riflette già solo nei valori immobiliari.

Alla frattura tra centro e periferia non è del tutto estranea la pretesa razionalista di governare dall’altro i processi insediativi.

Da sinistra si è detto che la risposta alle esigenze di partecipazione democratica ha finito per produrre politiche sociali che hanno determinato la c.d. trappola dell’assistenzialismo. Rivoli di spesa pubblica hanno alimentato le politiche per la casa e l’edilizia popolare, determinando effetti paradossali. Interventi concepiti per soccorrere i ceti più deboli non hanno fatto che ghettizzarli, accentuando la loro separazione dalla “città”.

La città antica – lo ricorda Claudio Magris – è comunità, un tutto totalizzante, al punto che nel mondo greco la peggiore condanna era l’ostracismo, cioè l’espulsione dal microcosmo comunitario.

È quello che, nella sostanza, avviene nelle periferie urbane delle città contemporanee: la perdita del senso di appartenenza, del radicamento, del nostro “sentirci a casa” (Laudato Si’).

 

  1. Quale risposta?

Come abbiamo visto, la periferia è un problema globale che il processo di industrializzazione ha nel tempo sedimentato, approfondendo l’allontanamento di interi quartieri dal centro cittadino, non solo dal punto di vista urbanistico, ma soprattutto dal punto di vista economico-sociale.

È dalla periferie che occorre muovere per costruire risposte e politiche organiche di sviluppo dell’intero tessuto urbano, che, incidendo sui vuoti, sulle marginalità e sul disagio, valorizzi tutte le risorse umane, sociali, economiche, ambientali, in modo da costruire un città policentrica. Una città nella quale tutte le sue componenti interagiscano secondo relazioni di interdipendenza e di complementarità, non di gerarchia.

La pretesa razionalità di governare dall’alto tutti i processi urbanistici va integrata, quando non sostituita, da approcci intesi a valorizzare la partecipazione e il coinvolgimento della popolazione. Pensiamo, in particolare, agli «accordi in funzione urbanistica», espressione di un’amministrazione consensuale o contrattata, e non più o non solo autoritativa. Strategie, insomma, in coinvolgimento e di inclusione degli abitanti che vanno incentivate, soprattutto dal punto finanziario, per rispondere in maniera più adeguata possibile alla domanda che viene dal basso.

Non è solo un problema di quantità di abitazioni che occorre affrontare, ma un problema di qualità del vivere urbano e civile. Solo attraverso politiche di inclusione delle fasce deboli nei circuiti urbani può realizzarsi quella mixité sociale, che realizza il senso del “noi”, come dice Papa Francesco, dell’appartenenza, della comunità.

È il modello di sviluppo che occorre ripensare; e la questione è tanto intrecciata da essere una sola questione.

Se pensiamo che negli Stati Uniti i bassi salari, prima pagati da Wal-Mart ai suoi dipendenti di fascia più bassa, davano diritto a sussidi pubblici, come i buoni pasto o l’assistenza sanitaria del programma Medicaid, non possiamo che inorridire: i bassi salari venivano “integrati” dallo Stato (quindi, dal contribuente) per consentire alla Wal-Mart di massimizzare i propri profitti.

 

Reggio Calabria, 23 novembre 2015

Antonino Mazza Laboccetta

 

 

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