Pacifismo e resistenza non violenta: il movimento iraniano Donna Vita Libertà raccontato al Lanza

Stefania Giordano

Il 7 novembre i corsisti dell’Istituto Mons. A. Lanza, hanno avuto l’opportunità di ascoltare la testimonianza dell’attivista iraniana Parisa Nazari, nata a Teheran e trasferitasi in Italia appena maggiorenne.

Farmacista di professione, la dottoressa Nazari è anche interprete, mediatrice culturale e impegnata nella difesa dei diritti umani e dei diritti delle donne.

Fa parte di diverse associazioni, tra cui Amnesty International, la Casa Internazionale delle Donne, Donne per la dignità e Women Life Freedom for Peace and Justice e del movimento Donne Vita e Libertà.

Preceduta dall’introduzione del vicedirettore dell’ISFPS, dott. Vincenzo Musolino, sull’importanza della difesa dei valori e dei diritti universali, la relatrice ha esortato l’uditorio a tenere alta l’attenzione su quanto avviene in l’Iran, ma anche in altri Paesi (per es. Afganistan), dove le donne sono discriminate e private dei loro diritti e dove esiste anche la pena di morte per chi è accusato di opposizione al regime politico-teocratico.

Dagli inizi del secolo scorso il movimento costituzionalista iraniano aveva avviato la transizione a un modello di monarchia costituzionale e, seppure nel contesto di una società fortemente tradizionalista, aveva cercato di introdurre un maggiore riconoscimento di libertà e diritti anche per le donne, e più spazi di autonomia e autodeterminazione, ad esempio, attraverso il tentativo di nazionalizzazione del petrolio, interrotto dal colpo di stato del 1953, con l’appoggio delle potenze estere interessate allo sfruttamento dei giacimenti.

In seguito, la rivoluzione islamica del 1979 sostituì alla monarchia una repubblica islamica sciita, fondamentalmente clerico-cratica, basata su una lettura liberticida e misogina dei testi sacri.

Da allora in Iran la donna è considerata una cittadina di secondo livello: le è stato imposto di coprirsi con il velo; non può chiedere il divorzio né ottenere l’affidamento dei figli in caso di separazione; la sua testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo; non può ricevere la stessa quota di eredità degli uomini.

È prevista anche la persecuzione e la pena di morte per gli omosessuali. In questo drammatico contesto, le donne iraniane hanno continuato a lottare contro le discriminazioni, soprattutto attraverso l’associazionismo, e due di loro, Shirin Ebadi nel 2003 e Narges Mohammadi mentre era in carcere nel 2023, sono state insignite del Premio Nobel per la Pace proprio per le loro battaglie contro l’oppressione delle donne e a favore dei diritti umani.

Nel 2022 hanno fatto il giro del mondo le foto di Mahsa Amini, una giovane arrestata e picchiata dalla polizia morale solo per aver indossato male il velo obbligatorio: alla sua tragica morte hanno fatto seguito numerose azioni collettive di protesta, non solo in Iran, e durante il suo funerale molte donne hanno tolto il velo e inneggiato al motto curdo “Donne, Vita, Libertà”.

Purtroppo anche queste proteste sono state duramente represse dalle forze di sicurezza e centinaia di manifestanti, tra cui molti minorenni, hanno perso la vita o sono stati incarcerati e torturati.

L’intera comunità internazionale non può restare indifferente alla resistenza iraniana contro il regime dittatoriale, e si cerca sostegno spesso con petizioni via social o attraverso il cinema che in parte riesce a sfuggire alla censura e a raccontare la verità.

   Nel corso dell’incontro è stata ricordata anche la storia di due donne iraniane, Maysoon Majidi e Marjan Jamali, fuggite dal regime e arrestate proprio in Calabria alla fine del 2023 con l’accusa di essere scafiste e di favorire l’immigrazione clandestina.

Solo un ristretto gruppo di attivisti ha seguito questa triste vicenda, conclusa quest’anno con l’assoluzione di entrambe.