Storia della “questione” meridionale

Il 9 novembre 2017 il prof. Antonino Romeo ha tenuto una brillante lezione al Corso dell’ISFPS sulla questione meridionale a partire dal periodo postunitario.

Partendo proprio da Mons. A. Lanza – che nel 1948 stilò per la Conferenza Episcopale Italiana un documento su “I problemi del Mezzogiorno”, non firmato dai vescovi siciliani – il relatore ha rilevato che, al momento dell’Unità d’Italia, il nostro Paese, arretrato sul piano industriale, vedeva un divario minimo tra Nord e Sud Italia nell’industria pesante e tessile, ma manteneva enormi distanze rispetto agli altri Paesi europei. Al Sud le infrastrutture erano quasi inesistenti, scarsa l’attività commerciale, elevatissimo il tasso di analfabetismo.

L’arrivo dei grani americani e il crollo dei prezzi agricoli rese improcrastinabile l’industrializzazione: seguì la fase del protezionismo degli anni ’80 dell’Ottocento. Alla stremata popolazione meridionale non restò che la dolorosa via dell’emigrazione.

Tra le figure politiche di maggiore spicco di quegli anni, si ricordano F. Crispi, primo Presidente del Consiglio meridionale nel 1887 (che prevedeva l’industrializzazione di tutto il Paese) e F. S. Nitti, che nel 1900 scrisse il saggio “Nord e Sud” (in cui si denunciava la “rapina fiscale” a danno dei meridionali avvenuta dopo l’Unità). Nitti criticò la classe politica del Sud, inetta e incapace. Il suo progetto di industrializzazione fu realizzato solo in parte.

La tragedia della Grande Guerra segnò maggiormente il divario industriale italiano e la tassazione sui terreni agricoli penalizzò ancora una volta il Sud.

A sua volta, il fascismo negò la questione meridionale. Nonostante le opere di bonifica delle zone paludose, molti contadini poveri non avevano altra scelta che arruolarsi per la guerra d’Africa. L’IRI puntò al rilancio dell’impiantistica industriale al Sud, ma la II Guerra Mondiale causò la distruzione di ciò che era stato creato.

Nel secondo dopoguerra le scelte di investimento delle somme stanziate dal governo americano furono punitive nei confronti del Sud, poiché si preferì utilizzarle per consolidare la lira, piuttosto che per avviare iniziative ritenute antieconomiche.

Il Piano del lavoro redatto da G. Di Vittorio nel 1939, che prevedeva attività concrete per il Sud, venne bocciato da Togliatti, che lo considerò un residuo del vecchio meridionalismo.

Nel 1950 si avviò una riforma agraria e venne istituita con la l. n. 646 la Cassa per il Mezzogiorno, voluta da meridionalisti quali P. Saraceno e R. Morandi: pur mancando di autonomia gestionale, nei primi anni operò positivamente.

Successivamente, dopo i Trattati di Roma e gli interventi da questi riservati alle aree svantaggiate, si ebbe un lieve aumento del Pil al Sud. Ma già a metà degli anni ’60, dopo la crisi economica conseguente allo shock petrolifero, divenne impossibile erogare denaro a fondo perduto.

Nel decennio successivo il problema della “questione” meridionale verrà accantonato, fino ad arrivare, negli anni a noi più vicini, ad un vero e proprio anti-meridionalismo e al proporsi, semmai, di una “questione settentrionale”.

Stefania Giordano

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