Storia dell’economia meridionale

La lezione di storia economica del prof. Andrea Filocamo, docente dell’ISFPS Mons. A. Lanza, ha proseguito la serie di incontri incentrati sulla “questione” meridionale.

Gli attuali indicatori economici del Mezzogiorno mostrano una situazione drammatica e un alto tasso di disoccupazione. Ma nel periodo antico, dall’età della Magna Grecia al periodo bizantino, mentre al Nord dominavano le popolazioni barbariche, il Sud prosperava grazie alla fertilità della terra, alla posizione di centralità nell’area del Mediterraneo e ai floridi commerci di vino e grano. Questa considerazione potrebbe indurci tutt’oggi al rilancio del settore agroalimentare e delle rotte mediterranee.

Dall’ XI secolo però nel Mezzogiorno normanno si impose il feudalesimo, caratterizzato dal latifondo e dalla rendita fondiaria, mentre nel Centro-Nord iniziava l’esperienza delle autonomie comunali. Il baronaggio meridionale riuscì a mantenere i propri privilegi anche dopo le leggi di eversione della feudalità del 1806.

Gli storici dell’economia italiana non sono concordi nell’analizzare il divario esistente tra Nord e Sud al momento dell’Unità d’Italia. In ogni caso, questo divenne più evidente sul finire dell’800, quando l’industrializzazione del Paese riguardò principalmente il Nord.

Nel secondo dopoguerra un’inchiesta sulla miseria certificò che la metà della popolazione meridionale vivesse nella totale indigenza. Si intervenne, attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, realizzando opere pubbliche e infrastrutture, ma successivamente prevalsero interessi clientelari e sprechi di denaro pubblico e non vennero poste le basi per uno sviluppo autonomo. Intanto, negli anni del c.d. boom economico, cominciò la migrazione interna nel Nord industrializzato.

Anche negli anni ’70, nonostante la nascita delle Regioni, continuò una politica economica di tipo assistenziale e si preferì avviare assunzioni nelle pubbliche amministrazioni per sostenere il reddito delle popolazioni meridionali. Gli investimenti industriali avviati si rivelarono fallimentari (vedi liquichimica di Saline e quinto centro siderurgico di Gioia Tauro). L’intervento straordinario terminò con l. n. 488 del 1992.

L’ingresso nella moneta unica e i vincoli di bilancio imposti dall’economia liberista dell’U.E. hanno infine determinato un’ ulteriore riduzione delle risorse che lo Stato riesce a destinare al Mezzogiorno. Inoltre la legge costituzionale n. 1/2012 ha introdotto il principio del pareggio di bilancio, per cui il saldo nominale del bilancio degli enti locali deve essere pari a zero.

Il relatore ritiene essenziale l’intervento dello Stato per l’avvio di una politica comune che redistribuisca le risorse esistenti ed auspica anche una riforma del sistema universitario, che attualmente penalizza di fatto le Università meridionali che non sempre dispongono di risorse sufficienti nella ricerca.

Stefania Giordano

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