Un invito al voto. Partecipazione come antidoto all’influenza mafiosa.

Ilenia Bruna Marraffa

C’è una domanda che torna puntuale, ogni volta che si avvicina una scadenza elettorale in Calabria. Non la domanda su chi votare. Quella più scomoda: se valga ancora la pena farlo.

C’è chi questa domanda non la teme: la coltiva. Sono tutti coloro ormai abituati a gestire i propri interessi senza preoccuparsi di attraversare il confine tra lecito e illecito, incontrandosi, ciascuno con risorse e obiettivi propri, in uno spazio sociale separato da quello pubblico.

Un “campo organizzativo” – come dicono i sociologi – nel quale l’intimidazione e la mediazione mafiosa trovano il loro habitat ideale. Per farne parte non serve conquistare consenso, basta gestirlo.

Funziona se la fiducia si è ritirata, se la politica è distante o, peggio, fa parte di quello stesso campo. Non serve imporre un voto di scambio: l’elettore è già stanco, convinto che tanto non cambi nulla. Meno sono i voti, più pesa quello controllato. L’astensionismo? Il miglior alleato per la matematica mafiosa.

Il cittadino diventato spettatore si corrompe non con la brutalità di chi opprime, ma attraverso la progressiva normalizzazione di ciò che si lascia accadere. Pasquale Villari lo aveva intuito quasi centocinquant’anni fa: chi assiste senza reagire non è neutro, ma corrotto.

L’inerzia non è innocenza, ma una forma di consenso non dichiarato. Tuttavia, prima di caricare sull’elettore l’intera responsabilità, vale chiedersi dove nasca questo vuoto.

Se i partiti selezionano candidati attraverso meccanismi sempre più chiusi, se la classe dirigente non è formata ma cooptata, se l’offerta politica è percepita come inadeguata o poco credibile, l’astensione non è da considerarsi mero fallimento individuale, ma risposta razionale a un sistema che ha smesso di funzionare.

Un circolo si autoalimenta: la distanza tra cittadini e politica genera disaffezione; la disaffezione giustifica un’offerta sempre più scadente che scoraggia ulteriormente la partecipazione; e la partecipazione che manca diventa risorsa disponibile per chi sa come usarla.

Una classe dirigente debole non è solo un problema di qualità democratica: è una crepa da cui entra chi ha già deciso tutto altrove. La soluzione non è il leaderismo, ma apertura autentica, coerenza e costruzione di fiducia. Non tecnocrazia, ma servizio e preparazione.

La mafia, si sa, non si presenta come emergenza: si comporta da struttura. Sedimenta, normalizzando l’illecito.

La partecipazione non può essere ridotta al solo momento del voto: serve una presenza che sia altrettanto paziente e radicata. Andare alle urne senza conoscere chi si vota è un atto che resta a metà.

È necessario informarsi, confrontarsi, pretendere trasparenza, rifiutarsi di delegare la responsabilità di capire. Poi la “x” sulla scheda elettorale. La partita si gioca anche prima delle urne, nelle riunioni a cui non si va, nelle domande che non si pongono. Il voto, da solo, non è un antidoto miracoloso.

L’astensionismo nasce da scelte politiche che lo precedono e lo condizionano. Attribuire responsabilità solo a chi non vota è un’accusa che assolve chi avrebbe più da rispondere.

Manca una visione d’insieme e spesso vince la paura di prendere posizione, d’essere ricondotti a una parte.

Tanto che dirsi apartitico è diventato vanto; non occuparsi di politica, una forma di purezza. Ma l’assenza non è neutra: è una delega non dichiarata, con un beneficiario pronto a spenderla. Non votare – per cinismo o pseudoneutralità – è consegnare quel niente a chi sa esattamente cosa farsene.

(Dall’Avvenire di Calabria)