“La non violenza nel magistero conciliare e postconciliare”

Da sempre le religioni hanno cercato di moderare gli istinti umani di contesa e di incanalarli verso azioni di collaborazione. Da quando esiste l’uomo, infatti, la religione ha svolto il compito di educarlo alla collaborazione, insegnandogli a dominare l’istinto di lotta e di potenza. Questo tratto è un dato costante delle diverse fedi religiose, che hanno avuto il merito di incoraggiare relazioni umane vitali e costruttive. All’Istituto di formazione politica “Monsignor Lanza” la lezione di don Domenico Marturano – Vicario episcopale per la cultura – ha messo in evidenza il carattere nonviolento delle principali religioni, soffermandosi su quella cristiana e sulle affermazioni del magistero riguardanti la violenza.

«Il buddismo, il confucianesimo e l’induismo – ha esordito don Marturano – sono accomunate da un atteggiamento di educazione alla collaborazione tra gli uomini. Sono caratterizzate da una visione dell’altro non come nemico da combattere bensì come amico con cui costruire qualcosa insieme. Questo attivismo pone nella storia un dato positivo importante che consiste nello sperimentare una individualità che si afferma per qualcuno e non contro qualcuno. Tali religioni tentano di trasformare l’odio, che è costitutivo dell’uomo, in relazioni costruttive».

Quanto alle tre grandi religioni monoteiste, il docente ha ricordato che si ispirano tutte ad Abramo come uomo di pace e ne sviluppano la figura positiva. Abramo, infatti, è l’emblema del vincitore che non usa la vittoria per conquistare e distruggere l’altro, ma cerca di instaurare rapporti di pace e collaborazione. Egli gratifica e protegge il perdente, e per questo diviene punto di riferimento morale ed educativo, uomo della convergenza di varie civiltà. Tuttavia nel corso della storia del popolo ebraico l’idea della pace di Abramo si trasforma in una visione di conquista, che impone la distruzione di altre civiltà. Questo atteggiamento di conflitto per l’affermazione si ha anche nell’Islam, che significa sottomissione all’unica vera autorità che è Dio e impegno attraverso la lotta affinché la fedeltà a Dio sia possibile. Quando Maometto iniziò la sua fondazione religiosa – ha ancora ricordato il docente – creò divisione e scompiglio, e l’Islam cercò di difendersi, ma in seguito la difesa divenne lotta armata per la conquista della terra di Dio. Il Nord Africa, ad esempio, fu conquistato alla fede islamica con la minaccia di morte per chi non si convertiva. È evidente che questa visione di dominio è l’opposto dell’idea di pace.

Il cristianesimo, invece, ebbe origine e sviluppo diversi. Gesù affermò di essere venuto al mondo per servire, non per assumere posizioni di potere, dimostrando l’amore più grande proprio nella morte in croce, che da un punto di vista umano sembra una bruciante sconfitta. Secondo la logica umana, infatti, chi comanda impone la verità, mentre Gesù si pone come potere costruttivo, come Amore, e l’amore richiede libertà, contrariamente al potere che si impone con la paura. L’amore e il potere – ha proseguito don Marturano – sono le due direttici contrapposte che hanno sempre tormentato l’uomo. Persino il cristianesimo, a un certo punto della storia, ha tradito la sua vocazione all’amore preferendo il potere. Questo accadde quando il cristianesimo divenne religione di stato nell’impero romano. La Chiesa allora cambiò fisionomia, non fu più servizio, comunità di persone, ma si organizzò come società perfetta, con una sua struttura, un suo potere, e persino una sua difesa. Uno dei momenti più critici della vita della Chiesa, in termini di rapporti con il potere militare, si ebbe in concomitanza delle crociate, quando nacquero gli ordini monastici dei cavalieri crociati, che  organizzavano vere campagne di guerra per riconquistare la Terra Santa. Tuttavia sia nel mondo cattolico che in quello protestante alcuni movimenti – come quello francescano e valdese – non accettarono l’idea della guerra dei crociati, dimostrando che una via alternativa a quella del potere era sempre possibile.

Ma cosa dice il magistero della Chiesa a proposito della pace? In epoca contemporanea – ha ricordato ancora don Marturano – il magistero si è espresso chiaramente in più di un’occasione, mantenendosi per tutto il corso del ‘900 sulla linea della pace. La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, la Gaudium et Spes del 1965, afferma che bisogna mitigare l’inumanità della terra, e condanna la guerra come mezzo di risoluzione dei problemi. C’è sempre una illogicità nel ricorso alla guerra, che è sbagliata per le condizioni con cui si  conduce e perché invece di risolvere le criticità ne crea delle nuove. Quando il magistero interviene con queste dichiarazioni ha ben presente la corsa agli armamenti che caratterizza lo scenario di guerra fredda, e la capacità distruttiva delle armi nucleari. Lo stesso papa Paolo VI vede la pace come un problema di giustizia sociale e decide di istituire le “giornate della pace”, una vera e propria educazione alla pace fatta a livello popolare.

Questa educazione alla pace – ha concluso il prof. Marturano – ha dato un sostegno culturale ai vari movimenti pacifisti sorti in quegli anni. Movimenti che sono nati strumentalmente in funzione anti americana, ma hanno avuto il merito di suscitare una sensibilità verso il problema della pace, creando un movimento democratico di contrasto al potere. Inoltre hanno dato impulso a organizzazioni di volontariato e attività come la Caritas internazionale e il Fondo per lo sviluppo in Italia, tutte iniziative che davano risposta all’esigenza di sviluppo nella giustizia.

 

Vittoria Modafferi

 

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