Pregi e difetti dell’Italicum

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Il 3 novembre 2016 il Prof. Alessio Rauti, docente di Diritto pubblico dell’Università Mediterranea, ha spiegato ai corsisti dell’Istituto Mons. A. Lanza la riforma elettorale approvata con l. n.52/2015 (c.d. Italicum, per la Camera dei deputati).

Partendo da un breve excursus storico sui sistemi elettorali italiani dell’ultimo secolo – per dimostrare come la legge elettorale sia sempre stata modificata in seguito ad importanti cambiamenti politici e sociali – il relatore ha ricordato che nel 1919 fu introdotto per la prima volta nel Regno d’Italia il sistema proporzionale. In seguito all’estensione del suffragio elettorale maschile e alla nascita di nuovi partiti “di massa” si rendeva infatti necessario garantire la rappresentanza del pluralismo politico presente nella società.

Il sistema proporzionale fu scelto anche nel 1946 per l’elezione dell’Assemblea Costituente, essendo il più idoneo in quel preciso momento storico; non verrà poi volutamente “costituzionalizzato” nessun sistema elettorale.

Contestualmente alla fine della fase storica della c.d. “Prima Repubblica” e alla crisi del sistema dei partiti post Tangentopoli, nel 1993 la legge denominata Mattarellum introdusse un sistema elettorale uninominale maggioritario per l’assegnazione dei due terzi dei seggi, con recupero proporzionale per i restanti.

In seguito, la l. n. 270/2005 (c.d. porcellum), nel tentativo di consolidare il bipolarismo, introdusse il premio di maggioranza per la coalizione che avesse ottenuto più voti ed abolì il voto di preferenza. Questo sistema fallì proprio per l’eterogeneità delle coalizioni e i numerosi “ribaltoni”. Fortunatamente, la sent. n.1/2014 della Corte Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità di tale legge elettorale in due punti: 1) l’assegnazione del premio di maggioranza senza la previsione del raggiungimento di una percentuale (“soglia”) minima di voti; 2) il sistema delle c.d. “liste bloccate”, in presenza di liste troppo lunghe.

Sotto il Governo Renzi, infine, è stato approvato il c.d. Italicum, che prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza: il 54 per cento dei seggi viene assegnato alla lista (non più alla coalizione) che ottiene, su base nazionale, almeno il 40 per cento dei voti validi o, in mancanza, a quella che ottiene più voti al ballottaggio. Il territorio nazionale viene suddiviso in 20 circoscrizioni per un totale di 100 collegi e ogni collegio ha una diversa grandezza con in palio da 3 a 9 seggi (in Calabria 3 seggi). In ogni lista il primo candidato è un capolista “bloccato”, mentre gli altri possono essere scelti dall’elettore, che può esprimere fino a 2 preferenze per candidati di sesso diverso. I capilista possono candidarsi al massimo in 10 collegi e le liste dovrebbero essere brevi, come nel modello spagnolo.

Punto critico resta l’attribuzione del premio di maggioranza nell’ipotesi di ballottaggio tra i due partiti più votati, perché, presumendo un forte astensionismo, andrebbe comunque ad una minoranza politica. Non è infatti prevista una soglia strutturale, cioè una percentuale minima di votanti. Altro problema è che la legge elettorale avrebbe dovuto essere approvata dopo la riforma costituzionale, perché non si occupa dell’elezione del Senato. Se il referendum del 4 dicembre dovesse avere esito negativo, infatti, le due Camere si ritroverebbero con due diversi sistemi elettorali.

In conclusione, l’Italicum, pur essendo una buona legge, sottende forse un progetto troppo ambizioso, cioè l’introduzione del bipartitismo, un sistema politico italiano che è invece, al momento, almeno tripolare.

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Stefania Giordano

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